Ho avuto il privilegio, al Salone del libro di Torino, di presentare il romanzo di Leila Guerriero e di conversare a lungo con lei. Il libro si intitola La chiamata. Storia di una donna argentina, in Italia lo pubblica Sur e come saprete ha appena vinto il Premio Strega europeo. Quel giorno il premio non era ancora stato assegnato e Leila era già felicissima: di esserci, di poter raccontare, di avere una così grande attenzione nel nostro Paese per «una storia di una donna sconosciuta accaduta in un paese lontano così tanti anni fa».

Leila Guerriero è una grandissima giornalista, una maestra, e una favolosa scrittrice. Dice che per raccontare una storia bisogna «guardare da vicino e scrivere da lontano»: la trovo la più felice sintesi del lavoro di restituzione. Per raccontare una storia bisogna difatti conoscerla alla perfezione, poi lasciarla decantare, dimenticarla un poco, ricordarla di nuovo e allora scriverla.

Ne scrissi qui, molti mesi fa: questo libro non potete perderlo. Una delle ragioni è il metodo. Il tempo che serve. In epoca di inchieste fatte con gli screenshot, le veline anonime delle fonti interessate, i “si dice”, ecco un’altra possibilità, l’antico modo.

Per rivivere la storia di Silvia Labayru — rapita a vent’anni, torturata durante la dittatura argentina e poi liberata con sua figlia, partorita nel centro di tortura: di seguito, il sospetto di collaborazionismo e l’isolamento — Guerriero ha lavorato due anni a intervistare più di quaranta persone in due continenti.