Un rapporto nato per una conoscenza in comune. Un anno e sette mesi di incontri, più di 90 interviste. Leila Guerriero, giornalista e autrice argentina, nel suo ultimo libro “La chiamata” ha raccontato Silvia Labayru - una delle poche sopravvissute alla Scuola di meccanica della marina (Esma), uno dei centri clandestini di detenzione più duri della dittatura di Jorge Rafael Videla in Argentina. Il libro – selezionato dai critici del quotidiano El País come miglior libro del 2024 – racconta il viaggio di Silvia Labayru da «ragazza che voleva cambiare il mondo» a donna che «rifiuta ogni etichetta» e abbraccia «con felicità la persona che è oggi». Il contesto La storia di Silvia Labayru è attraversata dal terrore della dittatura militare argentina che - dal colpo di stato del 24 marzo 1978 al 1983 – perseguitò e fece sparire migliaia di militanti di sinistra e persone comuni. Per lei – proveniente da una famiglia militare vicina a ideali del capitalismo e al sionismo – un’amicizia con una compagna delle superiori, al Colegio Nacional de Buenos Aires, cambia tutto: a 18 anni inizia a militare nel gruppo di estrema sinistra dei Montoneros. «Essere disobbediente era nel suo carattere», conferma l’autrice. Nel 1976 aveva 20 anni ed era incinta di cinque mesi: viene sequestrata e portata alla Esma. Sarà fra le circa 200 persone che riuscirono a sopravvivere, lì morirono almeno 5mila persone. Verrà obbligata a collaborare con i militari, violentata, torturata con scosse elettriche. In quella prigione, partorirà la sua prima figlia Vera su un tavolo. Silvia Labayru è anche una delle tre donne detenute ad aver denunciato un militare per le violenze sessuali sistematiche subite alla Esma. Una volta liberata si trasferisce in Spagna, dove, comunque, il suo calvario non finisce: i compagni militanza sopravvissuti la ripudiarono convinti avesse collaborato. Se esci viva da lì “qualcosa avrai fatto”. Comunque, durante la prigionia non diede nessun nome. Contro la dittatura ma anche critica dei Montoneros, quella di Silvia Labayru è una storia piena di grigi, quando, magari, sarebbe più facile vedere tutto o bianco o nero. Inizialmente questo libro non doveva esistere, doveva essere un articolo. Intervistata per il podcast Globo del Post hai spiegato come da subito era chiaro dovesse essere qualcosa di più. Perché?«Già dopo due mesi di interviste avevo capito che il suo racconto non poteva essere ridotto a un articolo. È una storia molto complessa, con molte contraddizioni, molte ambiguità. Mi serviva più spazio per raccontarla nella maniera in cui volevo. Ha iniziato a militare a 18 anni e l’hanno sequestrata a 20. Io l’ho incontrata quando aveva 65 anni. Nel mezzo c’è stato un altro figlio, ha lavorato, ha ricominciato una relazione d’amore con il suo fidanzato dall’adolescenza. La sua storia è molto interessante e va ben oltre quei cinque anni di orrore che ha dovuto attraversare. Non raccontare tutto questo non avrebbe offerto un profilo di Silvia Labayru ma una caricatura. Per questo motivo le ho detto che stavo pensando a un libro e lei è stata, ovviamente, d'accordo». In quel periodo storico cosa significava essere parte dei Montoneros?«Quei militanti pensavano di avere il mondo in pugno e lottavano per costruirne uno più giusto. Cercavano un mondo nel quale non ci fossero differenze sociali così profonde ma più uguaglianza. Ovviamente il modo in cui hanno cercato di ottenere questi cambiamenti è discutibile, però avevano in testa una sorta di utopia che doveva favorire anche le persone più deboli, le più vulnerabili». Silvia Labayru è stata una terrorista per i militari, una traditrice per i suoi compagni, una vittima per molti. Lei però sembra rifiutare qualsiasi etichetta.«Sì sono assolutamente d'accordo, Silvia non vuole essere etichettata in nessun modo: non vuole essere definita solo una vittima, solo una bella donna, solo una persona che ha dovuto attraversare un calvario spaventoso. Soprattutto le interessa che la gente la trovi intelligente, è quello che vuole mostrare di sé, e lo è effettivamente. Allo stesso tempo è allergica e reticente alle etichette. È passata dall’essere una ragazza che desiderava l’ultimo paio di jeans “Levis” portati dal padre dall’America a una che voleva cambiare il mondo. Sicuramente per certi versi è stata anche una vittima ma non è come vuole essere vista da tutto il mondo, anzi. Silvia vuole essere vittima a modo suo». Cosa resta della memoria di quegli anni nell’Argentina di oggi?«Alcuni processi continuano ancora. Quello contro i militari che Silvia denunciò per violenze sessuali era ancora in atto nel 2021 quando ho iniziato a contattarla. Negli anni ‘70 la società era molto divisa sulla condanna alla dittatura. Oggi credo ci sia un consenso sociale condiviso di condanna, si è d’accordo che queste persone debbano essere giudicate. Tutto questo anche se il presidente Milei e la vicepresidente (Victoria Villarruel, apertamente revisionista del periodo e a favore della chiusura della Esma, oggi un museo, ndr.) difendono un'altra idea e rivendicano la dittatura in qualche modo». Come è stato accolto questo libro?«Prima di tutto Silvia Labayru mi ha detto “te lo sei sudata” e le è piaciuto molto: questo mi ha dato soddisfazione. Il libro ha creato dibattito, conversazioni, alcuni accademici hanno raccolto persone di diverse età e ideologie per un confronto, sono uscite cose molto interessanti. Comunque, non so cosa pensa la gente di sinistra, di destra, di centro. Ho soltanto i riscontri dei lettori. Uno in particolare mi ha colpito: un signore argentino, mentre ero presente a un incontro, ha chiesto la parola per dire che aveva letto il libro. Era stato militante in Argentina negli anni ‘70, non ha chiarito di che organizzazione. Dopo aver letto il libro la sua idea di quelle guerriglie come “la gioventù meravigliosa” e “tutti saranno meravigliosi” era cambiata. Non perché si fosse dimenticato quella utopia rivoluzionaria. Aveva letto del maschilismo, del cattolicismo, del modo in cui venivano trattate le donne montonere. Ha cambiato molto la maniera di vedere – a volte idealizzata – le guerriglie di quegli anni». Silvia l’hai intervistata per quasi due anni, siete in contatto ancora oggi. Secondo te, si è pentita di qualcosa?«Non lo so. Credo Silvia non pensi in questi termini: lei è sempre andata avanti. Penso senta molta responsabilità soprattutto per essere rimasta incinta e aver messo a rischio la figlia Vera. Ovviamente avrebbe preferito poter evitare tutta questa esperienza a sua figlia, però non credo che si possa parlare di pentimento. Mi sembra che per l'anno e sette mesi in cui l'ho intervistata, il pentimento non faccia tanto parte del suo paesaggio mentale. Ovviamente prova rabbia, fastidio, ma non pentimento: tutte le scelte che ha fatto l'hanno portata a essere la donna che è oggi e credo che le piaccia molto essere com'è».
Leila Guerriero racconta Silvia Labayru: la desaparecida sopravvissuta “allergica alle etichette”
Il libro “La chiamata”, edito da Sur, è uscito in Italia ad aprile. Racconta la dittatura militare argentina degli anni ‘70 attraverso la voce di una militante…






