Nella cultura c’è "un apartheid", per vincere il Premio Strega devi far parte di "un sistema di potere". Parola di Barbara Alberti. Scrittrice di lungo corso, Alberti si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Iniziata la sua "carriera" in età giovanissima, a otto anni con un "librino di otto pagine illustrato. Ero una bambina come tutte, anzi, ho imparato a scrivere tardi. Poi ho continuato a scrivere. Ultimamente, devo confessarlo, ho riguardato dei quaderni del passato e mi sono accorta che scrivevo veramente da cani. Avevo questa passione di scrivere, ma lo facevo in modo orribile. D’un tratto, non so come, sono arrivata alla vera scrittura. Ma tutto ciò non è controllabile".
Eppure non è mai stata candidata al Premio Strega, "ma neanche al premio 'marmotta marsicana' mi ha mai considerata". Per questo - ironizza in un'intervista a Fanpage -. L’unica piccola gloria che posso portarmi nella tomba è di essere stata totalmente ignorata nella mia epoca". Il motivo? "Per ambire allo Strega devi conoscere certe persone, essere inserito in un determinato sistema di potere. Ci sono state delle eccezioni con degli outsider, come Antonio Pennacchi. Un grande trofeo dello Strega. Uno scrittore immenso, non solo per Canale Mussolini (Mondadori, ndr). Tutti i suoi libri sono formidabili. Non a caso, dopo che è morto non se ne parla più. Chi lo ricorda Pennacchi? Oltre a vincere lo Strega, anche lui si è portato nella tomba la gloria di essere fuori dai salotti".







