Voleva essere la voce d’oro sulla busta paga degli altri. Finché non cominciò quella storia del patriarcato...

di Nadia Terranova

Come tutte le cose di successo, era cominciata con un fastidio. Quello che provava ogni volta che una delle ragazze nuove, le stagiste fresche che teneva sott’occhio, pronunciava la parola-orticaria: patriarcato.

Solo vent’anni prima nessuna si sarebbe sognata di dirglielo in faccia, a lui come a nessun capo, a lui come a nessun maschio. Allora, la mano di un lui sul culo di una lei era un avanzamento di carriera, oggi pure, però al contrario: se si denunciava. Mentre un tempo certe cose potevano accadere nel silenzio, a un certo punto c’era stata una, una qualsiasi, la prima a parlare. A rompere l’usanza. A non capitalizzare il subire ma il rimettere a posto. Era cominciata con quell’ondata di hashtag, o forse con un passaparola che gli sfuggiva. Come tutte le cose che non capiva gli sembrava nata e già finita, invece aveva capovolto tutto: una rabbia antica sollevata da un margine ribollente, la sfuriata imprevista di un vulcano femmina.

E non importava più chi fosse stata la prima, si disse nell’estate più calda rinfrescandosi le nocche sulla mini-lattina gelata di Coca Zero che gli avevano dato in stazione, prima della prima classe del treno veloce, lo stesso che quando aveva undici anni guardava passare dalla stazione del suo paese e si chiamava “pendolino”. Al paese per le vacanze mettevano a malapena i soldi per il regionale dove si moriva di caldo e sudore, lui il fratello e i genitori aspettavano seduti davanti alle valigie in stazione e il pendolino gli sfrecciava davanti. Allora si era promesso: un giorno lo guiderò.