Pioniere che, con l’audacia della prima volta, furono capaci di conquistare settori fino a quel momento presidiati dai maschi. Celebriamo con loro i 50 anni del nostro quotidiano
di Simonetta Fiori
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La voce più tagliente è quella di Miriam, una tonalità acuta che riesce a farsi strada attraverso i cigolii del registratore vintage. La vecchia cassetta riproduce la prima riunione di redazione a Repubblica, una sorta di cerimonia allargata a tutti i giornalisti voluta da Eugenio Scalfari. Arrivano intatte l’emozione e le esitazioni di quell’inizio, con il fondatore che cerca di scaldare i cuori paragonando lo storico incontro alla prima volta che si fa l’amore. Metafora bizzarra, come tutto è singolare nell’avventura appena partita in piazza Indipendenza, il 14 gennaio del 1976. Ma Miriam Mafai non esita a rompere il silenzio dei colleghi con la forza del suo vissuto: ebrea perseguitata dal fascismo, partigiana, ex dirigente del Pci togliattiano. Ha cinquant’anni, due figli, il giornalismo come passione totalizzante. È tra le pioniere di Repubblica: eccellenti, colte, poliglotte, spesso figlie di importanti famiglie culturali come lei, erede della coppia d’arte Mario Mafai e Antonietta Raphaël, o più tardi Sandra Bonsanti, cresciuta sulle ginocchia di Montale e Gadda, amici del padre Alessandro. Eppure non ve n’è traccia nella fotografia storica dei fondatori, che getta un fascio di luce solo su re Eugenio e i suoi grognard, i soldati più fedeli dell’Imperatore. Fuori dall’obiettivo restano loro, le fondatrici, già firme importanti come Natalia Aspesi, laureate nelle più blasonate università americane come Laura Lilli e Irene Bignardi, cosmopolite come Vanna Vannuccini, Daniela Pasti e Annamaria Mori, tutte insieme capaci di dare al giornale un carattere diverso e dirompente.







