La politica contemporanea – lo abbiamo visto nelle ultime amministrative - sembra aver scoperto una nuova disciplina: la critica facciale comparata. Prima ancora di ascoltare una proposta, leggere un programma o capire da che parte stia un candidato, l’elettore digitale emette già la sua sentenza. Basta un sorriso troppo tirato, uno sguardo sfuggente, una pausa mal calibrata o una mano agitata nel modo sbagliato. Il giudizio politico nasce ormai dal dettaglio fisico, non dall’idea.

I social network hanno accelerato questa mutazione trasformando ogni cittadino in una specie di anatomopatologo dell’immagine pubblica. Non si discutono più riparazione dei bilanci, modelli economici o visioni sociali: si interpretano sopracciglia, mascelle e inclinazioni del capo. Il corpo del candidato è diventato il vero programma elettorale.

La ragione di questo slittamento non è soltanto la superficialità dell’ecosistema digitale. Dietro c’è il progressivo svuotamento della politica progettuale. I partiti promettono tutto e il contrario di tutto con una generosità quasi liturgica: meno tasse e più spesa, tutela dei giovani e dei pensionati, sostegno alle imprese, alla sanità, all’ambiente, ai borghi, agli animali selvatici e probabilmente anche alle fasi lunari. Quando ogni piattaforma elettorale finisce per assomigliare a un supermercato delle promesse reversibili, l’elettore smette di orientarsi sulle idee e cerca appigli più immediati. Li trova nelle facce.