C’è una domanda che, in queste settimane di campagna elettorale, chi fa politica, chi la racconta, chi la studia dovrebbe porsi: che cosa si intende, davvero, con «comunicazione politica»? È una domanda che potrebbe apparire a un primo sguardo oziosa. A un primo sguardo, si diceva. Perché dalla risposta che se ne dà dipendono scelte dalle molteplici ricadute pratiche (quante risorse destinare, a chi affidarsi, con quale orizzonte temporale lavorare, quali risultati aspettarsi) e che producono effetti non solo e non tanto sulla qualità della comunicazione in sé ma soprattutto sullo stato di salute della nostra democrazia. Ma andiamo con ordine.

La riflessione sul tema non può che partire da un primo punto fermo, espresso egregiamente dal prof. Francesco Giorgino, che lo ha sintetizzato con una formula che ritengo debba divenire un assioma per chi si occupa di questo mestiere: «non c’è politica senza comunicazione». La politica esiste nella misura in cui riesce a farsi riconoscere, a costruire significato condiviso, a entrare in relazione con i cittadini. Tutto ciò che non viene comunicato, semplicemente, per la sfera pubblica non esiste. Da qui ne discende una conseguenza (che dovrebbe essere) ovvia: se la comunicazione è costitutiva della politica — non un accessorio, non un orpello, non un quid pluris da curare a campagna avviata — allora richiede la stessa serietà, la stessa preparazione, lo stesso studio che dedichiamo (melius, dovremmo dedicare) a qualsiasi altra dimensione dell’agire politico.