Di Hylnur Pálmason, regista islandese poco più che quarantenne, si cominciò a parlare da noi nel 2019, quando vinse il Torino Film Festival, all’epoca ancora un appuntamento ricco di sorprese e di scoperte, con il film “A white, white day”, poi uscito in Italia con l’immancabile aggiunta “Segreti nella nebbia”, dove un poliziotto è costretto a indagare sulla lealtà della propria moglie, dopo che questa era morta in un incidente stradale. Se ne apprezzò la capacità di inoltrarsi nella storia, elevando sospetti, supposizioni e rancori in un’atmosfera di crescente tensione, in un modo personale. Il successivo “Godland – Nella terra di Dio”, visto a Cannes 2022, riproponeva le conflittualità personali e familiari in una dimensione sociale, politica e religiosa, con un prete luterano inviato in Islanda dal Regno di Danimarca (di cui l’isola faceva parte a quel tempo) per costruire una nuova parrocchia. Se ne apprezzò l’ardita messa in scena, in mezzo a difficoltà meteorologiche e ambientali, nonché la descrizione di contrasti sempre più evidenti e pronti a esplodere. Adesso con “L’amore che rimane”, passato anch’esso sulla Croisette l’anno scorso, illustra ancora una storia di contrasti familiari, ma dove stavolta la soluzione è già avvenuta: la coppia infatti ha deciso da tempo di separarsi. E tuttavia continua a frequentarsi in un modo quasi esemplarmente sereno, come in una specie di limbo coniugale, che contagia a suo volta anche i tre figli, due maschi e una femmina. Anna, la mamma, infatti permette in tranquillità di far frequentare la prole tra l’infanzia e l’adolescenza a Magnus, il marito, che lavora in un peschereccio, ma non solo: in questo clima di gioviale “distanza” la famiglia trova il tempo di fare pic-nic, di scherzare, insomma di divertirsi. Pálmason mostra le cicatrici di un rapporto consapevolmente al capolinea, ma che assicuri comunque un presente non ostile ai figli, scartando la deflagrazione degli elementi ostativi, ma usando un linguaggio spesso surreale, simbolico, di astrazione dalla realtà: ne sono un felice esempio il gallo enorme, la spada che cade dal cielo, il tetto strappato dal vento, il fantoccio che ricorda San Sebastiano; ma è sintomatico anche lo slittamento degli episodi più drammatici, come la freccia che si conficca nel corpo di uno dei figli, l’aereo che precipita, la mina che esplode. Il racconto, che è per lo più una disamina della solitudine maschile, meno capace di quella femminile di far fronte a rotture affettive (la madre è un’artista, con un’opera ambiziosa in fieri) si sviluppa descrivendo una “normalità” presunta e ricercata, nonostante la situazione non ottimale. Il resto corre sotterraneo, nelle pieghe di una vita esposta ogni giorno in una terra difficile e contrastata. Anche la partitura jazz e l’apparente distonia a volte del montaggio ne sono la prova. Resta il film forse più intimo di questo talentuoso regista islandese: un cinema che rimane. Voto: 7,5.
Hylnur Pálmason: il cinema che rimane Accordarsi per la vita: Tuner è piacevole
Di Hylnur Pálmason, regista islandese poco più che quarantenne, si cominciò a parlare da noi nel 2019, quando vinse il Torino Film Festival, all’epoca...









