Il Giro d'Italia come l'arca di Noè, i corridori come insetti, uccelli, mammiferi. Storie di corridori soprannominati come animali: è il tandem proposto dalla Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza per la decima edizione di "Libri nel Giro". Sei puntate e una serie di incontri lungo la Corsa Rosa. Il primo appuntamento è martedì 12 maggio nel Liceo Ignazio Vian di Bracciano (Roma) con il giornalista Marco Pastonesi, il naturalista Umberto Pessolano e il sindaco Marco Crocicchi.
L’Aquila di Filottrano
Ciclismo che vai, aquile che trovi. L’Aquila di Toledo, su un colle della Spagna centrale, era Federico Martin detto Bahamontes; l’aquila di Adliswil, montagne svizzere, era Ferdi Kubler; l’Aquila di Vizille, dipartimento francese dell’Isère, era Thierry Claveyrolat; e l’Aquila di Filottrano, colline marchigiane, era Michele Scarponi. Cognome più adatto a slalom e giganti, anche a scalate e arrampicate ma a piedi che non a due ruote, Scarponi era un attore prestato al ciclismo: non viveva ma interpretava, non soffriva ma recitava, non correva ma rappresentava. O così sembrava. E invece viveva, soffriva, correva. E ogni tanto vinceva.
Non sarebbe stato un’aquila se le vittorie non se le fosse guadagnate sulle salite. Magro e smilzo fin quasi alla trasparenza, Scarponi trasformava la sua leggerezza di anima e corpo in volatilità, guadagnando decametri ed ettometri e trasformandoli da distanza in altitudine, in dislivello, e poi in secondi, in minuti. Scarponi era quello che sorrideva se il tempo era bello ma a maggior ragione se era brutto, era quello che se vinceva non si prendeva sul serio spiegando che se aveva vinto lui, allora voleva dire che potevano vincere tutti, era quello che dopo il Giro d’Italia annunciava che avrebbe fatto – al massimo – il giro delle sdraio e degli ombrelloni, era quello che all’esordio fra i professionisti fu inserito nella squadra come gregario di Mario Cipollini (e non si poteva immaginare, per il Re Leone, un gregario più insolito: un peso leggero invece di un peso mediomassimo da volata, un’aquila, appunto, invece di un cavallo) ed era quello che strada facendo fu promosso capitano (e non si poteva immaginare un capitano più allegro) ed era quello che passata la trentina tornò a fare il gregario, anche se di lusso, significa avere il compito di aiutare il capitano verso la fine della tappa (quando il gioco si fa duro e i duri cominciano a giocare, che nel gergo ciclistico si dice menare).













