Per ribadire che lui, i suoi due fratelli e gli altri tre poliziotti loro complici hanno agito da soli, senza l'aiuto dei servizi segreti deviati, Fabio Savi ha usato due frasi. La prima, è quella famigerata e spesso ripetuta, che pronunciò già trent'anni fa dal gabbione del tribunale di Bologna, che l'avrebbe condannato all'ergastolo: «Dietro all’Uno Bianca c’erano una targa, un paraurti e i fanalini», ovvero nulla di misterioso. La seconda, rappresenta l'argomento più forte di chi, tra magistrati, giornalisti, avvocati e commentatori, ha voluto sostenere la tesi di un gruppo di fuoco sanguinario, che però agiva in autonomia: «Protetto da chi? Non c’è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni», cioè: se la banda avesse avuto dei fiancheggiatori, di qualsiasi genere, non gli sarebbe convenuto, in qualche punto della storia, confessare i loro nomi e ottenere uno sconto di pena?
Ecco, in un'intervista esclusiva a Francesca Carollo di Quarto Grado, che andrà in onda questa sera, «il Lungo», l'unico non poliziotto della batteria di rapinatori, ma anche uno di quelli che ha sparato e ucciso più spesso, è tornato a dare la sua versione della vicenda. Lo ha fatto per rispondere a un'altra intervista, quella che suo fratello Roberto (il maggiore) ha concesso a Francesca Fagnani per Belve Crime. Qui, il capo della Uno Bianca aveva rispolverato i contenuti di una sua ritrattazione, fatta davanti ai giudici a cui prima aveva confessato tutti i 103 crimini, 24 omicidi e decine di feriti che gli sono stati attribuiti. A Fagnani, «il Monaco» ha detto che «dietro ai delitti della banda c’erano i servizi segreti», e poi che «per sette anni non ci hanno presi perché eravamo protetti».












