di
Federica Nannetti
Il «Lungo» del gruppo criminale che uccise 24 persone intervistato da Quarto Grado: «Roberto mi ha tradito, abbiamo rotto. Ho scritto ai pm, sono pronto a parlare». Sugli eccidi al Pilastro e in via Volturno: «Non fummo manovrati»
L’aveva già detto e ora dopo vent’anni torna a dirlo: «Dietro alla Uno Bianca c’erano una targa, un paraurti e fanalini». Alla fine, dopo l’intervista di Roberto Savi a Belve Crime che tanto ha fatto discutere (così come la notizia arrivata solo dopo e a distanza di cinque mesi del suicidio di Pietro Gugliotta), anche il fratello Fabio torna in tv, con un’intervista che andrà in onda stasera a mezzanotte su Retequattro, al programma Quarto Grado condotto da Gianluigi Nuzzi. Per lui non è la prima intervista, già anni fa fu protagonista di Storie Maledette di Franca Leosini: questa volta ha risposto alle domande di Francesca Carollo per Speciale Carceri, smentendo punto per punto tutto quanto affermato nemmeno un mese fa dal fratello, il «Corto» della banda. Non ci sono rivelazioni, livelli superiori o trame eversive nel suo racconto: ha continuato a sostenere la stessa versione ripetuta negli anni.
Nessun livello superiorePer Fabio Savi non ci fu nessuna copertura da parte dei servizi segreti e nessuna direttiva dall’alto, l’esatto contrario di quanto affermato dal fratello Roberto davanti alle telecamere di Rai 2: «Protetto da chi? Non c’è nulla — afferma —. Sono ancora in galera dopo 32 anni»; come non ci furono ombre, stando alle sue parole, né dietro la strage del Pilastro, né dietro l’assalto all’armeria di via Volturno, quando uccisero la titolare Licia Ansaloni e l’ex carabiniere Pietro Capolungo, padre dell’attuale presidente dell’associazione dei familiari delle vittime che non ha mai creduto alla tesi della rapina per le armi. E anche diversi indizi raccolti dai magistrati Lucia Russo e Andrea De Feis, titolari dei fascicoli aperti in Procura, in questi quasi quattro anni di indagini porterebbero a escludere la versione della rapina. Ma per Fabio, invece, la verità è una e una soltanto: «Entrammo per rubare delle armi — ribadisce —. Probabilmente Capolungo vide mio fratello. Mise la mano sotto il banco, schiacciò l’allarme e disse: “Adesso arrivano, adesso ti arrestano”. A quel punto gli sparai. Poi la signora disse mentre stavamo andando via: “Hai l’accento riminese, ti prenderanno”. Disse la frase sbagliata. Non mi rimaneva altra scelta». Ed è a questo punto che smentisce l’esecuzione del carabiniere in pensione Capolungo, richiesta dai servizi come detto invece dal fratello. «Si sono dette le cose più assurde, complotti e servizi segreti». Solo violenza, senza freni, nessun altro motivo: «Cresceva in noi e degenerò, come una macchina in discesa senza freni. Prima o poi doveva trovare un muro dove fermarsi».











