I magistrati di Bologna, che da tre anni hanno ripreso in mano le indagini sulla Banda della Uno Bianca, sentiranno nuovamente Roberto Savi, «il corto», l’ex poliziotto e insieme al fratello Fabio uno dei capi del gruppo criminale, in carcere dal 1994, che martedì sera nel corso di una intervista televisiva a Belve Crime, ha parlato delle «coperture» da parte dei servizi di cui avrebbe usufruito insieme ai suoi sodali. Affermando inoltre che il vero obiettivo della rapina all’armeria di via Volturno era eliminare l’ex carabiniere Pietro Capolungo, anche lui «ex dei servizi».
La scia di sangue
Criminali che lasciarono sulla strada 23 morti e oltre 100 feriti, tra Bologna, la Romagna e le Marche, tra il 1987 e il 1994. Ovviamente i pubblici ministeri che indagano sulla Banda, con l’ipotesi di concorso in omicidio, dopo l’esposto presentato nel 2023 dai familiari delle vittime, acquisiranno presto il girato integrale dell’intervista, fatta mercoledì, circa tre ore. Più corta la parte andata in onda ieri, un’ora abbondante, dove Roberto Savi, tra ammissioni parziali e frasi a mezza bocca, ha fatto capire che dietro la Banda della Uno Bianca non ci sono solo «i fanali, il paraurti e la targa», come disse anni fa il fratello Fabio. Una tesi, questa, già avanzata da Savi durante alcuni processi, salvo poi ritrattare. La Procura, in ogni modo, vuole vederci chiaro, e pur consapevole che i racconti dell’ex poliziotto e le sue “rivelazioni” possono essere un modo per ottenere alcuni benefici, sono diversi gli aspetti che sta approfondendo.











