Era il 13 giugno 1956. Una data che i colletti bianchi al parlamento di Bruxelles dovrebbero cerchiare in rosso. Talmente importante nella storia dell’integrazione europea da poter sedere allo stesso tavolo dei Trattati di Roma, di Maastricht e della nascita dell’euro. Quel giorno si giocava la prima finale della Coppa dei Campioni. La partita rappresentò uno dei primi atti fondativi dell’identità europea contemporanea. Forse il disegno più compiuto della Dichiarazione Schuman. I calciatori del Real Madrid e dello Stade de Reims incarnavano i sogni e le speranze di pace di un intero continente. Perché, come ha scritto lo storico Eric Hobsbawm, «le comunità immaginate di milioni sembrano più reali in una squadra di undici persone».
Sabato 30 maggio, alla Puskás Aréna di Budapest, Paris Saint-Germain e Arsenal si affronteranno nella settantunesima finale di quella Coppa nata esattamente settant’anni fa. Al di là delle logiche implicazioni calcistiche, è probabile che i giocatori schierati in campo non abbiano contezza della continuità storica dell’evento. Ecco perché conviene compiere un salto indietro nel tempo e raccontare quando il calcio riuscì laddove avevano fallito governi, ambasciate e ministri degli Esteri.














