Era il 29 maggio 1985 quando gli hooligan del Liverpool seminavano il terrore nello stadio Heysel di Bruxelles, provocando 39 morti e centinaia di feriti. Quarantun anni e un giorno dopo, la finale di Champions League, la principale competizione calcistica europea, si lascia dietro non solo lo scontro tra Paris Saint-Germain e Arsenal ma una nuova scia di vittime e centinaia di arresti. Questa volta è successo al di fuori degli spalti, nelle strade di Parigi e di alcune città di provincia. Come quattro decenni fa una manciata di vandali ha approfittato dell’euforia dei tifosi e, mescolandosi alla folla, ha scatenato violenza nichilista mista a rabbia sociale. Ma in una Francia politicamente radicalizzata, a un anno da quelle elezioni presidenziali a cui l’estrema destra è data per favorita, gli scontri urbani scavalcano ovviamente l’ambito sportivo e aggiungono combustibile molto infiammabile all’imminente campagna elettorale.

Champions, la notte di (stra)ordinaria follia dei tifosi del PSG: un morto, 219 feriti e 780 fermi

A Parigi, saccheggi e guerriglia con la polizia sono ormai la litania che segue immancabilmente le partite importanti del PSG. Una sorta di rito collettivo già celebrato l’anno scorso in occasione della prima vittoria in Champions League del Paris Saint-Germain e poi, a inizio maggio, dopo la semifinale contro il Bayern Monaco. Va da sé che per il Rassemblement National (RN), le devastazioni provocate per la maggior parte da giovani provenienti dalle “banlieues”, spesso di origine immigrata e fede musulmana, testimonino il fallimento della politica di integrazione degli stranieri e la necessità di rispondervi con la chiusura delle frontiere e una maggiore repressione. Gran parte dei candidati Les Républicains, la destra neogaullista, rilancia ormai questa retorica ricalcando le orme del proprio mentore Nicolas Sarkozy, che nel 2005, da ministro dell’Interno, parlava della necessità di «ripulire il quartiere con il kärcher» e liberare le periferie dalla «feccia». E a poche ore dagli ultimi scontri Marine Le Pen già scandiva: «Solo in Francia la vittoria di un club di calcio provoca rivolte». Per tutta risposta il ministro dell’Interno ed ex prefetto di Parigi Laurent Nuñez ha evidenziato come fosse stato predisposto un dispositivo eccezionale con 22.000 poliziotti schierati solo a Parigi. Se, dunque, il RN dovesse un domani salire al governo, quali ulteriori misure di sicurezza potrebbe attivare per evitare nuovi atti di vandalismo a rischio di mettere in discussione lo Stato di diritto? Dall’altro lato dello spettro politico, le barricate urbane diventano al contrario l’occasione per stigmatizzare le forze dell’ordine che, secondo un sondaggio del 2021, voterebbero per oltre il 60% i candidati del RN (74% tra i poliziotti sul campo). «La polizia uccide», ripetono per La France Insoumise i colleghi di Jean-Luc Mélenchon, che corteggiano il voto delle periferie denunciando l’emarginazione sociale, le crescenti disuguaglianze ma anche l’impunità della polizia. Sostengono che al termine della partita del PSG i poliziotti avrebbero deliberatamente lanciato granate lacrimogene contro i giovani solo «perché si erano radunati». Tra i due antitetici posizionamenti politici, i sociologi cercano da anni di analizzare quelle fratture sociali francesi emerse anche sette anni fa con il movimento dei gilet gialli, la rivolta delle campagne e della provincia contro il potere centrale, la cui veemenza si sovrappone anche oggi alle sommosse nei quartieri più marginali e alle devastazioni post-partita come quella di sabato, rivelando tutta la frustrazione e la rabbia delle periferie. Secondo alcuni studi, la moltiplicazione dei disordini nel centro di Parigi e delle grandi città dell’Hexagone sarebbe intimamente legata al controllo dei territori poveri da parte dei trafficanti di droga e ai conseguenti blitz della polizia. Un tempo confinate nelle banlieues, le bande di adolescenti si riverserebbero ormai, non appena possibile, nel centro delle grandi aree urbane. L’hooliganismo britannico (che è stato combattuto con pene molto severe contro i responsabili dei reati e con un aumento dei prezzi dei biglietti tale da allontanare dagli stadi i tifosi meno abbienti) insegna però che la violenza legata al calcio non può essere ridotta a una questione di immigrazione o comunitarismo. È invece il segno di un malessere sociale da affrontare per esempio con la ricetta dell’ex primo ministro laburista Tony Blair, che sosteneva la necessità di essere «duri con il crimine, duri con le cause del crimine». Una proposta che suona irricevibile oggi, in una Francia lacerata politicamente e polarizzata all’estremo