Sono trentaquattro i sonetti che Vanni Pierini (1945-2026) compone nel corso del quindicennio che va dal 1980 al 1995. Si leggono a costituire la prima parte della raccolta Il segreto dell’Uno e dell’Altro che Rosellina Archinto stampa nel 1999 con una prefazione di Valentino Zeichen. Nel volume Pierini ha adunato anche le poesie, con metrica variabile e libera, da lui scritte tra il 1977 e il 1992, parallelamente ai Sonetti. Il ricorso alla forma sonetto, rispettata da Pierini nel suo canone classico, meglio: si dica addirittura nell’archetipo duecentesco, da Giacomo da Lentini all’esito stilnovistico e poi, naturalmente, nella lezione di Francesco Petrarca pare a me sia stata dal poeta privilegiata giacché eminentemente adatta (e per tradizione impiegata) alla restituzione d’un riflettere filosofico quando sia detto in poesia che la forma sonetto, per come attestata nei modelli antichi, consente di esprimere compiutamente.

Intendo sottolineare, del modulo poetico del sonetto, quel suo esser per dir così predisposto a dare, nel giro fisso dei quattordici versi, una concludenza al ragionamento, accolto e vorrei dire racchiuso in un castone che ne definisce il costrutto significativo entro i termini d’una formula retorica (poetica) riconoscibile. Perché la forma sonetto contiene, da Guido Cavalcanti a Tommaso Campanella a Giuseppe Gioachino Belli (autori cari assai a Pierini), «un sofismo/per sillabate carte» (Cavalcanti), ovvero una sua peculiare virtù ‘filosofica’, appunto. La si può ben definire parenetica, un insieme di ammonizione e di esortazione, esemplare e dimostrativa, talvolta perfino assertoria vuoi nella rappresentazione del sentimento amoroso, o vuoi declinata in una compiuta meditazione sull’humana conditio: «essendo/il viver nostro e delle nostre cose/morir continovo, che mai non side/senza mutarsi, o mancando o crescendo;/ed ogni mutamento è qualche morte» (Campanella).