"La poesia è l’unico luogo in cui non ho mai mentito". Lo scrive Alberto Bertoni nel suo ultimo libro che reca in copertina la definizione memoir, anche se in realtà, spiega l’autore, "è molto più pensato e vissuto di quanto non dica l’etichetta". Sia per la lunga gestazione – risale a tre anni fa una prima versione, poi riveduta e corretta – sia per gli argomenti trattati, in primo luogo la vicenda del padre Gilberto e della sua malattia, l’Alzheimer, che il professore e critico modenese ha vissuto a lungo con un senso di responsabilità e quasi di colpa, affrontando il dolore prima in forma poetica e ora narrativa.

Il titolo, ’L’Alzheimer, i cavalli, la poesia’ entra subito nel vivo, accomunando nel racconto di una vita le vicende familiari e le grandi passioni dell’autore (l’altra è l’Inter), che per più di trent’anni, fino all’autunno scorso, ha insegnato Letteratura italiana a Bologna. "Proprio nel momento in cui imparavo gli strumenti del mestiere e cominciavo a fare il critico e l’insegnante – racconta – la poesia assumeva per me la dimensione di un vizio privato".

Si può dire che Bertoni è poeta da sempre. Le sue ultime raccolte, ’L’isola dei topi’ e ’Semplici abbandoni’, sono apparse in una collana storica, la ‘Bianca’ di Einaudi, e la più recente è stata selezionata quest’anno nella prestigiosa dozzina del Premio Strega Poesia. Un poeta, però, che non rinuncia alla tentazione della prosa: quella che Eugenio Montale, uno dei suoi numi tutelari, definiva ’il grande semenzaio d’ogni trovata poetica’, ovvero l’ambiente protetto in cui le piante del pensiero nascono e mettono radici.