La poesia "non serve a niente", e proprio per questo conserva una grandezza unica: non deve inseguire classifiche o consenso, ma custodire qualcosa di sublime, personale e perfino incomprensibile.
Più difficile della canzone, più segreta, la poesia nasce all'improvviso, "ti balza addosso" con un incipit inatteso e diventa una corsa continua dentro se stessi.
Roberto Vecchioni è al Salone del Libro per parlare del suo nuovo libro di poesie "Scrivere il cielo. Poesie al contrario", un viaggio poetico che va dalla vecchiaia all'incanto della giovinezza (Einaudi).
I temi centrali della sua scrittura restano l'amore - disastroso e affascinante insieme - e la disperazione. L'amore, ha detto, vive negli sguardi, nella dolcezza, nei dettagli minimi; la poesia invece deve trovare forme nuove, quasi epigrammatiche, capaci di sorprendere. Vecchioni ha raccontato che le ultime poesie del libro sono in realtà le prime, scritte a dodici o tredici anni: testi in cui guardava il mondo come un "fanciullino", ancora protetto da famiglia e amicizie. Crescendo ha scoperto un universo disordinato, "un'accozzaglia" in cui tutti vogliono avere ragione e nulla sembra più funzionare davvero.
Nonostante questo disincanto, il poeta conserva una convinzione assoluta: il bene, prima o poi, vincerà sul male, non in un altrove spirituale ma qui, nella vita concreta. Nel dialogo sono emersi anche i grandi maestri del Novecento, da Fernando Pessoa a Wisława Szymborska, amati perché capaci di sorprendere il lettore senza spiegare tutto apertamente. Tra i momenti più toccanti, il ricordo del figlio scomparso tre anni fa dopo una lunga sofferenza bipolare. Vecchioni ha spiegato che nelle poesie il dolore non viene mai nominato direttamente: "Tre aironi sono volati, il quarto non c'è", ha letto, lasciando intuire soltanto alla fine il peso reale dell'assenza. Il cantautore ha riflettuto anche sulla sua carriera musicale, a lungo percepita come "troppo intellettuale" e poco compresa dal grande pubblico. Ha confessato l'invidia provata in passato verso artisti più immediati e di successo, come Renato Zero o Bennato, salvo poi vedere arrivare improvvisamente, dagli anni Ottanta in avanti, un enorme riconoscimento popolare che lo ha persino spaventato. Resta però la distinzione fondamentale: le canzoni si scrivono per gli altri, la poesia per capire se stessi. E forse proprio per questo, conclude Vecchioni, le poesie sono la parte più vera della sua vita.








