Esistono scrittori che vengono dimenticati perché il tempo, a volte, non è cavaliere. E poi ce ne sono altri che vengono dimenticati perché scomodi. Giuseppe Berto appartiene alla seconda categoria ed è forse il più clamoroso paradosso della letteratura italiana del Novecento: amatissimo dai lettori, tradotto in mezzo mondo, capace di imprimersi nell’immaginario collettivo con un romanzo come Il male oscuro, eppure estromesso dal canone.

Ora qualcosa sembra muoversi. Dopo Neri Pozza che, già da qualche anno, aveva iniziato a recuperare la sua produzione, al Salone Internazionale del Libro di Torino l’editore Settecolori ha annunciato che riproporrà l’opera di Berto a partire dalla raccolta inedita Il mare dove nascono i miti, in uscita il 24 giugno, e da una nuova edizione de Il male oscuro prevista per novembre. È il tentativo di restituire centralità a uno scrittore che per decenni è rimasto in ombra o, comunque, è frainteso e letto in maniera parziale, intermittente.

Forse il motivo di questa marginalizzazione letteraria è che Berto non si è mai lasciato addomesticare. Troppo libero per appartenere a un fronte, insofferente verso le ortodossie culturali del dopoguerra. “Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent’anni circa faccio lo scrittore. Sono un isolato”, scriveva lui stesso. Isolato, ma non certo minore. Con Il male oscuro, uscito per la prima volta per Rizzoli nel 1964, Berto vendette 325mila copie solo in Italia. Il romanzo raggiunse un’intera generazione trasformando la nevrosi, l’angoscia e il conflitto genitoriale in materia narrativa e, insieme, in esperienza collettiva. Si aggiudicò il Premio Viareggio e il Premio Campiello.