Allo scambio giornaliero di battute diplomatiche, minacce e pretese si è ora aggiunto un «tit for tat» militare, un vero e proprio «occhio per occhio» tra iraniani e americani. Le parti si accusano a vicenda di «grave violazione del cessate il fuoco», seppur nessuna delle due abbia voglia di riaprire il conflitto su vasta scala. Le fonti statunitensi riferiscono che i negoziatori americani e iraniani hanno raggiunto un accordo di massima ma che l’intesa deve ancora essere approvata da Trump. Non è la prima volta, si spera che sia l’ultima.

IERI I GUARDIANI della Rivoluzione hanno colpito una base aerea Usa in Kuwait, definendo l’attacco una rappresaglia per i raid statunitensi condotti nei giorni precedenti contro la città di Bandar Abbas. Teheran ha minacciato una risposta «più decisa» in caso di nuove operazioni militari americane. Il ministero degli esteri kuwaitiano ha condannato l’azione definendola una «palese violazione della sovranità» e una «minaccia diretta alle infrastrutture vitali», riservandosi il diritto all’autodifesa. Anche Qatar, Arabia saudita ed Emirati hanno accusato l’Iran di alimentare l’escalation regionale.

La tensione era salita già nella serata di mercoledì, quando l’Iran aveva lanciato un missile balistico verso il Kuwait, intercettato dalle difese aeree locali. Nelle stesse ore, le forze americane avevano abbattuto cinque droni iraniani vicino allo Stretto di Hormuz e impedito il lancio di un sesto velivolo da Bandar Abbas.