di

Stefano Vicari

Spesso sono movimenti rapidi, ricorrenti e non controllabili. Aumentano con l’ansia, la stanchezza, l’esposizione al giudizio. «Bisogna riconoscerli per non provare più vergogna» spiega il neuropsichiatra

Tommaso ha 12 anni e frequenta la seconda media. È un ragazzo intelligente, ironico, appassionato di videogiochi e di calcio. A scuola va abbastanza bene, anche se negli ultimi mesi entra in classe sempre più teso. Non è la lezione a preoccuparlo. Sono gli sguardi degli altri. Da qualche tempo Tommaso muove spesso il collo di lato, come se dovesse liberarsi da qualcosa. A volte strizza gli occhi più volte di seguito. Altre volte emette un piccolo colpo di tosse, breve, secco, che si ripete soprattutto quando è stanco o agitato.All’inizio i genitori pensano a un vizio, una cattiva abitudine. «Smettila», gli dicono. «Controllati». Anche gli insegnanti lo richiamano. I compagni, invece, cominciano a imitarlo. «Io ci provo a non farlo», mi dice durante il nostro primo incontro. «Ma più ci penso, più mi viene».

Questa è una delle frasi che ascolto più spesso nei ragazzi con tic. Non fanno quei movimenti per attirare l’attenzione, né per sfidare gli adulti. Spesso avvertono una tensione interna, una specie di urgenza fisica, che si riduce solo dopo aver compiuto quel movimento o emesso quel suono. Possono trattenerlo per un po’, soprattutto in pubblico, ma il prezzo è alto. La fatica aumenta e, appena si sentono al sicuro, i tic tornano più forti.Tommaso ha imparato a trattenersi a scuola. Cerca di stare fermo, stringe le mani sotto il banco, abbassa lo sguardo. Ma questa vigilanza continua lo stanca. Quando torna a casa, esplode: i tic aumentano, diventa irritabile, risponde male. «A scuola mi trattengo, poi a casa non ce la faccio più».La madre lo interpreta come un peggioramento. In realtà, spesso è il contrario. La casa è il luogo in cui Tommaso può finalmente smettere di controllarsi. Durante la valutazione emerge, chiaramente, un disturbo da tic motori. I movimenti sono involontari, fluttuanti, aumentano con l’ansia, la stanchezza, l’esposizione al giudizio. Non sono sempre uguali. Alcuni scompaiono, altri compaiono. Ci sono giorni migliori e giorni peggiori.Per Tommaso, dare un nome a ciò che accade è un sollievo.