Di una pantera si può parlare in mille modi diversi. È come se questo animale buio, furtivo e sinuoso, minaccioso e ascoso, fosse più simile a un’ossessione da esorcizzare e al contempo a un oggetto desiderato da evocare. Dante ne scriveva come di una bestia ubiqua e introvabile, che tutti vedono ma nessuno trova: è proprio ciò che avviene nel libro di Giacomo Micheletti, Panterica (Italo Svevo, pp. 160, euro 16). Certo, c’è un linguaggio scientifico che promette di catturare la pantera.
MA, ANCHE QUI, la pantera sguscia via inafferrabile: la panthera è un genere di mammiferi carnivori a cui appartiene la maggior parte dei grandi felini, come il leone (panthera leo), la tigre (panthera tigris), il giaguaro (panthera onca), il leopardo (panthera pardus); quella che solitamente chiamiamo «pantera nera» non è altro che un giaguaro o un leopardo affetto da melanismo. La pantera a stento esiste, eppure ricorre in moltissime fantasie.
Il libro di Micheletti inizia proprio con una serie di avvistamenti, giornalisticamente documentati, risalenti al 1989 in giro per l’Italia. Un’ombra rapida, un abbaglio fugace, foto sfocate, i segni delle sue incursioni nei pollai o nei recinti. L’animale si trasforma in una psicosi. Forse scopriamo una certa invariante umana in questo contagio, cui la pantera si presta così bene: nei millenni, i canali di trasmissione sono mutati, e con essi la velocità della diffusione e dell’affievolirsi delle voci, ma da dove sono nati miti e leggende, e perfino le semplici dicerie?








