A Passirano, Maria Luisa Santus e Gianfranco Pagano portano avanti un’idea di Franciacorta lontana dall’estetiche patinata tipica del territorio. Tra agricoltura biologica, sostenibilità “reale” e vini pensati come espressione autentica di ogni vendemmia, da Santus anche l’imprevisto climatico diventa parte dell’identità del vinoA Passirano, Maria Luisa Santus e Gianfranco Pagano portano avanti un’idea di Franciacorta lontana dall’estetiche patinata tipica del territorio. Tra agricoltura biologica, sostenibilità “reale” e vini pensati come espressione autentica di ogni vendemmia, da Santus anche l’imprevisto climatico diventa parte dell’identità del vinoIl giorno prima della visita una grandinata ha colpito metà delle vigne. “Eravamo inermi dietro al vetro a guardare la distruzione”, racconta Gianfranco Pagano che insieme alla moglie Maria Luisa Santus è a capo dell’omonima cantina. In Franciacorta è l’immagine della grandine esprime tutta la fragilità di un’agricoltura che spesso non viene raccontata, per fare spazio a un’estetica scintillante da cui i due imprenditori hanno scelto sin da subito di distaccarsi. La storia di Santus comincia nel 1995, quando Pagano e Maria Luisa Santus - oggi coniugi, conosciutisi all’università di agraria - decisero di dedicarsi esclusivamente alla produzione di Franciacorta. Lui, salentino di origine, arriva da esperienze tra Toscana, Puglia e Friuli, “la mia palestra”, la definisce. Insieme scelsero Passirano e una cascina circondata da terreni morenici fluvio-glaciali, ricchi di sabbia e ghiaia, poveri di argilla. Sullo sfondo, il lago d’Iseo e il profilo dell’Adamello. Intorno, un territorio nato dal ritiro dei ghiacciai.Oggi Santus produce circa 95 mila bottiglie l’anno su 10 ettari vitati. Numeri che, in un territorio con oltre 120 aziende, la collocano in una fascia intermedia, ma la dimensione resta quella di una struttura familiare molto compatta. Sono in quattro a gestire gran parte del lavoro quotidiano, sostenuti da una cantina automatizzata con orgoglio: la domotica controlla temperature e processi di vinificazione, mentre l’organizzazione degli spazi è stata progettata per ridurre consumi e dispersioni energetiche. La nuova sede, completata nel 2020, racconta bene l’approccio di Pagano e Santus: pragmatico più che ideologico. Fotovoltaico, raccolta delle acque piovane per i trattamenti in vigna, coibentazione studiata per mantenere temperature stabili anche fuori terra, fino all’obiettivo di trasformare la cantina in una struttura passiva entro la fine del 2026. “Sostenibilità reale”, la definiscono loro. Un’espressione che ancora una volta prende le distanze da alcune narrazioni prive di contenuto reale.Anche in vigna, la scelta biologica, certificata dal 2016, non viene raccontata come un punto d’arrivo ma come parte di un sistema più ampio. Nel giardino crescono essenze apistiche pensate per attirare gli insetti impollinatori, un vecchio gelso ricorda il tempo delle vigne maritate e delle consociazioni agricole, i terreni, tutti contigui, vengono monitorati per preservarne vitalità e fertilità biologica. E anche nel bicchiere emerge la loro idea di Franciacorta. Santus rifiuta deliberatamente l’omologazione stilistica: niente vini di riserva, niente correzioni pensate per uniformare le annate. Ogni bottiglia deve restituire il carattere preciso della vendemmia da cui nasce. Anche per questo la raccolta viene posticipata di qualche giorno rispetto alla media del territorio. In agosto, spiegano, bastano cinque o sei giorni per cambiare radicalmente maturazione e profilo aromatico.Il Brut 2023 - 80% Chardonnay e 20% Pinot Nero - è forse il vino che meglio sintetizza questa visione. È il più prodotto della cantina, circa 50 mila bottiglie, ma evita qualsiasi ricerca di neutralità. C’è frutto, una leggera traccia di legno, una bollicina fine che accompagna note di frutta secca nel finale. “Dobbiamo fare i conti con ciò che abbiamo”, dice Pagano, quasi rivendicando una matrice più mediterranea che nordica, senza alcuna intenzione di imitare modelli d’Oltralpe. Più verticale il Dosaggio Zero 2022, Chardonnay e Pinot Nero affinati solo in acciaio: salino, minerale, teso, probabilmente il vino che più restituisce il carattere del terreno. Il Rosé Zero 2022, da Pinot Nero in purezza, nasce invece da una leggera macerazione in pressa ed è dichiaratamente “non pensato necessariamente per piacere”: una frase che riassume l’identità produttiva della cantina, poco interessata ad assecondare gusti, ma piuttosto ad attrarli.Tra gli assaggi più interessanti c’è il Blanc de Noir 2023, ancora in affinamento e in uscita a settembre. Pinot Nero vinificato in bianco, maturato in anfore Clayver di grès, materiale meno poroso rispetto alla terracotta tradizionale. Durante la degustazione viene provato con tre diverse liqueur d’expédition, quasi come un laboratorio aperto sulle possibilità finali del vino. È probabilmente il progetto che meglio racconta la tensione di Santus verso una Franciacorta contemporanea. E poi c’è Rarità 2012, 136 mesi sui lieviti, sboccato nel 2024 e mai realmente entrato a catalogo. Un vino nato in un’altra fase della cantina, quando si utilizzavano ancora barriques che oggi sono state abbandonate. Nel bicchiere emergono miele, vaniglia, crème caramel, tostature dolci. Più che un manifesto, sembra una memoria liquida del percorso fatto fin qui. In fondo, Santus appare come una delle realtà che stanno cercando di ridefinire il linguaggio della Franciacorta. Non attraverso effetti scenici, ma scegliendo piuttosto di lasciare spazio all’annata, al margine d’imprevisto e alla possibilità che un vino non sia forzatamente accomodante.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp