Gli insegnanti aggrediti in un parco da una banda di studenti a Parma, nonostante la gravità della situazione e la forte eco mediatica, hanno preso una posizione netta, decidendo di non sporgere denuncia contro i ragazzi.
Il ministro Giuseppe Valditara ha espresso solidarietà, la politica si è indignata, il dibattito si è acceso. Eppure, a guardare bene, la scelta di questi uomini non stupisce affatto. Perdonare non significa assolvere. Significa recidere il legame traumatico con il proprio carnefice. La formula è antica quanto la nostra civiltà: porgi l’altra guancia. Ma il potere ha messo in croce Cristo e continua a farlo ogni giorno. Non sorprende che degli insegnanti aggrediti non si scaglino contro ragazzi fragili, sbandati, svuotati di valori evitando, di fatto, di trasformare una questione educativa in una vicenda di misere rivalse personali.
Ricordano invece una cosa sacrosanta: le istituzioni devono fare il loro dovere. Devono prevenire, intervenire e sanzionare, a prescindere da chi venga coinvolto. La denuncia d’ufficio dovrebbe scattare automaticamente, senza scaricare il peso della scelta sulle spalle delle vittime e lasciarle sole. Io so cosa significa trovarsi davanti a quel bivio. So cosa vuol dire dover scegliere tra perdonare, odiare o consumarsi nel desiderio di vendetta. Mia sorella è stata uccisa dal marito il 9 luglio 2013. Un dolore sordo, assoluto. Anche all’interno della mia stessa famiglia era infinitamente più facile comprendere chi invocava vendetta rispetto a me. Io sentivo un’urgenza diversa, incomprensibile per molti: la cosa migliore da fare, per salvarmi e per slegarmi dall’assassino, sarebbe stato perdonare.












