Il ricercatore che ha studiato la convivenza degli scienziati nella base Concordia in Antartide: «In condizioni estreme la socialità diventa un potente fattore di stress»

Come sarebbe la convivenza prolungata di un equipaggio nello spazio profondo, magari durante i due anni di viaggio Terra-Marte, andata e ritorno? Come reagirebbero gli astronauti all'isolamento e al confinamento estremo? Lo ha indagato un team internazionale guidato da Isi Foundation (Istituto per l'interscambio scientifico) di Torino (il presidente è lo scienziato Alessandro Vespignani) che si occupa da oltre 15 anni di misurare quantitativamente come le persone interagiscono in contesti diversi (utile durante la pandemia di Covid). La Fondazione italiana, con altre istituzioni scientifiche europee e il supporto dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha monitorato per dieci mesi le dinamiche psicologiche e comportamentali di dodici scienziati (prevalentemente italiani e francesi) vissuti nella stazione antartica Concordia, in condizioni di vita estreme simili a quelle che si possono trovare durante le missioni spaziali.

La ricerca, appena pubblicata sulla rivista Pnas, rivela un paradosso: nelle missioni estreme, l’aumento dei contatti sociali può tradursi in una minore coesione e in un aumento della conflittualità che portano a un progressivo deterioramento del benessere psicologico e delle dinamiche di squadra. E questo, in una missione spaziale è un aspetto cruciale: se l'equipaggio alla lunga non va d'accordo e nascono conflittualità ne va della riuscita del progetto.