Se c’è una persona che conosce benissimo il significato della parola “isolamento” – e quindi, al negativo, l’importanza del mettersi insieme – quella persona è certamente Marco Buttu. Ingegnere e ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), Buttu è stato protagonista di tre diverse spedizioni in Antartide, alla base italo-francese Concordia, una delle stazioni scientifiche più remote e isolate del Pianeta. Ha vissuto in un ambiente quasi extraterrestre (Marte bianco si chiama infatti il suo libro, edito da LSWR) sperimentando l’interminabile inverno polare, temperature fino a ottanta gradi sotto lo zero e lunghi periodi di isolamento forzato, ed è ospite del Festival di Green&Blue il 6 giugno – il cui tema è Noi – proprio per ricordare l’importanza dell’azione collettiva per fronteggiare la crisi climatica.

È arrivato a Concordia per la prima volta nel 2017. Ci racconta i tuoi primi momenti in Antartide? “Arrivato sulla costa antartica, mi sono ritrovato spaesato dal sole che non tramontava e da un paesaggio spoglio. Eppure era un ambiente quasi normale, se confrontato con la destinazione finale: la stazione Concordia, sperduta sull’altopiano antartico a più di mille chilometri dalla costa. Prima di partire dall’Italia avevo provato a immaginare i mesi di buio, le temperature fino a ottanta gradi sottozero e l’isolamento dal resto del mondo. La realtà surreale dell’inverno a Concordia, però, è andata oltre la mia immaginazione. Ancora oggi mi sembra di aver vissuto all’interno di un film di fantascienza. Ci sono tornato dopo due anni e ho avuto la sensazione di non essere mai partito: è stato come tornare a casa“.