Marco Buttu è un ingegnere elettronico e ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) originario di Gavoi (Nuoro) che ha vissuto per un periodo complessivo di tre anni – non consecutivi – in uno dei luoghi più ostili, inospitali e inaccessibili del pianeta. L’Antartide, e in particolare la stazione Concordia, base di ricerca italo-francese posta a Dome-C, a oltre tremila metri di quota, nel mezzo dello sterminato plateau antartico, nata grazie al Programma Nazionale di Ricerca in Antartide* (Pnra) e al programma francese di ricerca polare (Ipev). Un deserto arido e sterminato, dove guardando in ogni direzione non si vede altro che bianco, e in cui, al di là dei pochi scienziati che vi lavorano, non alberga alcuna forma di vita: perfino batteri e virus non riescono a sopravvivere alle temperature del rigidissimo (e scurissimo) inverno antartico. Difficoltà nella difficoltà: le campagne antartiche invernali si svolgono in un isolamento quasi totale. Nei mesi invernali, infatti, alla base restano poco più di una dozzina di persone, quelle indispensabili a portare avanti le attività scientifiche e la manutenzione della stazione. Durante questo periodo, gli esseri umani più vicini agli ospiti di Concordia sono gli astronauti a bordo della Stazione spaziale internazionale, quando transita 400 chilometri sopra le loro teste: un paio di centinaia di chilometri più in là, ma sulla terraferma, i colleghi russi della stazione Vostok. Insomma, un isolamento da mondo alieno. Non a caso Buttu ha intitolato Marte Bianco il libro che narra la sua avventura (edizioni LSWR): a ridosso dell’uscita della seconda edizione, arricchita con i racconti delle spedizioni successive alla prima, abbiamo intervistato lo scienziato. Ecco cosa ci ha raccontato.Uno dei più grandi esploratori polari, il comandante Robert Falcon Scott, racconta che quando gli fu proposto per la prima volta di esplorare l’Antartide rispose di “non sapere nulla di quel luogo, e di avere in odio il freddo”. Eppure accettò. È andata allo stesso modo anche per lei?In un certo senso, sì. Esplorare l’Antartide non rientrava affatto nei miei piani. Non ne sapevo nulla, né ci avevo mai pensato, né mi ero mai visto in ambiente di quel tipo. Per cui è stato un cambio di vita radicale e completamente inimmaginato. Tra l’altro, quando ho inviato la mia candidatura, avevo letto distrattamente il bando, che parlava di una permanenza “da ottobre a dicembre”: pensavo si trattasse di due mesi. Poi, quando mi hanno ricontattato, ho capito che erano in realtà tredici mesi, da ottobre al dicembre dell’anno successivo. A quel punto ho pensato che sarebbe stata una vera avventura, qualcosa di davvero interessante. E allora ho cominciato a informarmi: ho capito cosa fosse la stazione Concordia e soprattutto il fatto che fosse il posto più isolato al mondo, un posto che somigliava a una base su Marte. A quel punto, quando ho avuto tutte queste informazioni, mi sono sentito come all’interno di un sogno. Ricordo di essermi chiesto: sta accadendo realmente? O lo sto solo sognando?Marte Bianco. Nel cuore dell'Antartide - Tre anni ai confini della vita di Marco Buttu, edito da LSWR
Marco Buttu e l’esperienza nella Stazione Concordia: “In Antartide è come stare su un altro pianeta: bianco, ostile e solitario”
Abbiamo incontrato lo scienziato italiano che ha passato tre anni nella Stazione Concordia, sull’altopiano antartico, convivendo con una decina di colleghi in uno dei posti più ostili e alieni del mondo. Ecco cosa ci ha raccontato






