“Anche i cinesi si ribellano allo sfruttamento”, era scritto a caratteri cubitali sulla prima pagina di un giornale locale esposto all’esterno di un’edicola di Prato il 23 maggio. La notizia si riferiva a due operai di origine cinese: Shi You e Ma Xue Yan, che per la prima volta avevano incrociato le braccia per protestare contro i turni massacranti imposti dall’azienda per cui lavoravano, gestita nella città toscana da connazionali.
In solidarietà con i due lavoratori, il 22 maggio davanti ai cancelli della fabbrica si erano radunati altri operai e sindacalisti del Sudd Cobas e la notizia aveva cominciato a circolare. Non era mai successo infatti che fossero proprio degli operai di origine cinese a scioperare nel settore tessile, perché c’è un sistema di controllo molto forte della comunità che scoraggia questo tipo di azioni.
Per avere protestato i due operai sono stati costretti a lasciare l’alloggio in cui abitavano, precedentemente messo a disposizione dal datore di lavoro. Ma gli altri lavoratori e i sindacalisti hanno lanciato una raccolta fondi per sostenerli, raccogliendo quasi duemila euro in poche ore per permettergli di trovare una sistemazione temporanea.
“Facciamo turni massacranti di 18 ore al giorno e ci pagano solo tre centesimi a bottone”, ha raccontato Ma Xue Yan, che ha denunciato orari disumani, compensi a cottimo, arretrati non pagati, nessun giorno di riposo, domeniche e festivi in fabbrica senza che fossero previsti degli straordinari e addirittura un’aggressione da parte del datore di lavoro, quando erano andati a chiedere i soldi che gli spettavano. Ma pochi giorni dopo è arrivata una buona notizia: il 25 maggio l’azienda ha accettato di versare tutti gli arretrati non pagati e ha stanziato un risarcimento economico per i due operai tessili, impiegati nell’applicazione dei bottoni agli abiti.









