Ci sono i grandi nomi della televisione, i direttori dei giornali, i creator digitali, la musica, la politica internazionale. Ma Federica Mariani - che insieme a Simona Arpellino e Mauro Tunis cura il Festival della Tv con «Idee al Lavoro» - quando spiega l’anima della manifestazione parte da altro: dalle persone che attraversano le piazze di Dogliani e da quel modo tutto particolare che il festival ha costruito negli anni di mescolare pubblici e linguaggi diversi. «È come se il nostro pubblico avesse un telecomando in mano - dice -. Solo che invece di cambiare canale qui basta cambiare piazza». In quindici anni, intanto, è cambiato quasi tutto: il modo di guardare la televisione, il rapporto con i social, il linguaggio pubblico. La televisione è sopravvissuta o si è trasformata? «Credo che ancora oggi la televisione sia il principale media di riferimento, e quello più democratico, anche se non sappiamo per quanto. Le nuove generazioni sono già abituate a fruire contenuti su piattaforme differenti e con modalità diverse, ma spesso quei contenuti arrivano ancora dalla tv». Il Festival della Tv ha attraversato in tempo reale questa trasformazione. Quando nacque, nel 2012, creator e piattaforme erano ancora agli inizi. «Nella prima edizione ospitammo un gruppo di ragazzi giovanissimi che aveva realizzato una delle prime web-serie. Erano pionieri. Noi siamo stati bravi a intercettarli e a farci raccontare quell’esperimento». Il pubblico è cambiato insieme al festival? «Ogni anno cresce in numero e partecipazione. Ed è un pubblico molto più giovane anagraficamente rispetto al passato: attento, riflessivo, in ascolto». Quanto conta oggi creare occasioni di incontro dal vivo? «Tantissimo. Siamo animali sociali, abbiamo bisogno ancora della piazza dove poterci incontrare, conoscere e interagire dal vivo». Ed è qui che entra in gioco Dogliani. «Penso che ogni luogo abbia un suo “genius loci” e sicuramente quello di Dogliani è proprio quello di generare dialogo e ascolto». Negli anni ci sono state richieste per esportare il festival altrove? «Ci era stato chiesto di replicarlo in Puglia, ma il Covid bloccò tutto. Ripensandoci oggi credo sarebbe stato sbagliato. Dogliani e i doglianesi danno tanto: spirito di accoglienza, supporto organizzativo che rasenta la perfezione, entusiasmo. L’atmosfera che si crea qui è risultata uno degli ingredienti fondamentali per la buona riuscita dell’evento». In questi 15 anni il Festival è stato anche un palco dove si sono intuiti cambiamenti. Quali ricorda più di altri? «Una delle cose più significative fu l’iniziativa dell’ingegner Carlo De Benedetti, che fondò durante il Covid il quotidiano Domani e lo presentò proprio al Festival: un progetto editoriale libero, indipendente e coraggioso, nato dalla convinzione che una stampa autonoma sia il pilastro fondamentale di ogni democrazia». Il tema scelto quest’anno, «Dialoghi coraggiosi», nasce da qui? «Vuol dire avere il coraggio di esprimere le proprie idee con onestà e di ascoltare senza preconcetti confrontandosi con chi ha idee differenti». E mentre tutto accelera cambia anche il linguaggio pubblico. «Prima con Twitter, e ora con X, abbiamo al massimo 280 caratteri per comunicare. Ed è forse il social più usato dai giornalisti. C’è un’accelerazione su tutto, la capacità di attenzione si contrae, il linguaggio si fa più veloce, il montaggio più serrato. È un’evoluzione, ma non vuol dire che contenuti veloci sia sinonimo di superficialità». Ma cosa racconta davvero l’anima del festival? «I volontari, la logistica, gli autisti, i fotografi, i ragazzi dei social, i tecnici. È bellissimo vedere l’entusiasmo che li anima, la collaborazione e il sorriso che vediamo sui loro visi. È quella la gratificazione più grande».