Mentre l’intelligenza artificiale entra nei processi aziendali e riorganizza il lavoro, le imprese si confrontano con una nuova equazione: squadre più snelle, aspettative più alte, rischi maggiori se un top performer decide di andarsene. È il quadro che emerge dal rapporto ROI del Benessere 2026 di Wellhub, piattaforma per il benessere olistico, che fotografa priorità e timori dei direttori HR. Su un campione di oltre 1.500 responsabili in 10 Paesi, l’88% indica come obiettivo principale trattenere i migliori, mentre il 62% teme la perdita di profili con competenze legate all’IA, sempre più richieste e costose.
L’adozione della tecnologia è ampia ma disomogenea. L’88% delle aziende dichiara di usare l’IA in almeno una funzione, ma solo il 7% ne ha una diffusione completa su scala globale. Nel frattempo, gli strumenti generativi entrano nella pratica quotidiana dei dipendenti: il 52% utilizza chatbot e assistenti, spesso senza tracciamento formale, alimentando fenomeni di shadow AI. L’impatto sulla produttività non è uniforme. Secondo il rapporto, l’accesso agli strumenti generativi associa un incremento medio del 34% per i profili junior o meno esperti, mentre i lavoratori più senior registrano aumenti più contenuti. Il mercato del lavoro recepisce la polarizzazione: nel 2024 chi possiede skill di IA ha guadagnato in media il 56% in più rispetto ai pari privi di quelle competenze, in netto aumento rispetto al 25% dell’anno precedente, come rileva PwC.









