Vincenzo De Luca è sopravvissuto a tutto: alla satira più feroce che lo ha trasformato in una maschera nazionale; ai giornalisti più pungenti, replicando con appellativi che resteranno indelebili – il mitico «fratacchione» affibbiato al bravo Fazio; al movimentismo pentastellato, che in Campania aveva avuto gioco facile muovendosi orizzontalmente nella società - reddito di cittadinanza docet; al suo stesso partito, che non ha mai fatto mistero dell’antipatia nei suoi confronti, ricambiata con scrupolo; al giustizialismo, che avrebbe dovuto seppellirlo e invece ne ha irrobustito il personaggio.
È rimasto lì, con l’aria di chi non chiede il permesso a nessuno e considera Roma una pratica fastidiosa.
Il paradosso è qui: un uomo di istituzione che parla come un capopopolo, un intellettuale che usa il dialetto emotivo della piazza, un presidente che sembra sempre all’opposizione anche quando governa. La sua forza non sta solo nel potere avuto, ma nel modo in cui lo ha raccontato: mai come carriera, sempre come presidio del territorio.
Altri leader meridionali hanno avuto carisma e reti. Molti però hanno guardato troppo in alto o troppo lontano. De Luca ha fatto l’operazione opposta: non ha usato Salerno e la Campania per arrivare a Roma; ha usato Roma per tornare più forte a Salerno e in Campania. Nel Mezzogiorno chi sale e non torna viene spesso percepito come uno che ha cambiato tavolo. Lui, invece, ha sempre fatto sapere di essere rimasto al tavolo di prima, con più carte in mano.














