Per l’accusa è la firma lasciata dall’assassino. L’omicidio di Chiara Poggi, è la ricostruzione conclusiva degli investigatori, «è stato caratterizzato da una estenuante difesa da parte della vittima, anche dimenandosi quando viene afferrata per le caviglie, tanto da trattenere su due unghie di ciascuna mano il dna dell’aggressore compatibile in linea paterna con l’aplotipo Y di Andrea Sempio». Scenario ora ribaltato dai difensori del trentottenne indagato: quel materiale genetico non solo non è identificabile, ma nemmeno «può essere considerato prova di un contatto aggressivo diretto».
Né che Chiara abbia reagito «graffiando» nel lasso di tempo «di pochi minuti» in cui è stata uccisa, scrive l’esperta Marina Baldi nella sua consulenza depositata ieri, con altre quattro relazioni tecniche, ai pm della Procura di Pavia che si accingono a chiedere il rinvio a giudizio per Sempio.
L’elemento cardine degli inquirenti è stato oggetto di incidente probatorio e un cruccio più volte manifestato dall’indagato nelle lunghe chiacchierate solitarie a bordo della sua auto. Intercettato il 20 marzo 2025 diceva: «Se a loro viene fuori che il dna è vero, che diventa una prova, io comunque tra virgolette ho gli alibi, non ho il movente, non ci sono contatti tra me e Chiara. Lo trovano, che succede? Allora ci può essere la misura di custodia cautelare, vai in galera finché non ci sarà il processo. Lo so. Però la possibilità che mi succede... è successo».









