Siamo tutti stati bambini, ragazzini e poi adolescenti, e il mondo che si estendeva fuori dai nostri occhi era qualcosa che potevamo cogliere con una sensibilità acuita dal fatto di essere ancora “nuovi”, inesperti delle dinamiche dell’esistenza. La giovinezza è in qualche modo uno stato dell’anima che permette a ciò che esiste fuori di noi di essere molto vivido, perché percepito da uno sguardo “in carne viva”.

Antonella Lattanzi, nella sua ultima – splendida – fatica, Chiara (Einaudi, 2025), si riconferma una narratrice eccezionale che riesce a restituire esattamente questo.

La storia che mette sulla pagina è quella di Marianna e di Chiara, raccontata in prima persona da Marianna, che diventano migliori amiche (così avrebbe detto qualcuno, le due mai si definiscono in alcun modo) e in questa maniera guadano la vita e sopravvivono alle angherie della scuola, dei compagni, ai brividi dei primi amori (e del sesso) ma soprattutto affrontano stringendo i denti le violenze domestiche che ciascuna delle due subisce dal proprio padre – e che non vorrebbe non solo che non fossero scoperte dal mondo esterno, ma nemmeno che potessero far del male all’altra.

“Ci vorrebbe un amore infinito che siamo incapaci di tradire. Ma sono cose che non esistono in natura. I padri che ti consolano, gli amori infiniti che non ti tradiscono”.