All’inizio, una famiglia come tante, infelice a modo suo. Un padre presente e insicuro, una madre assente ed eccentrica, una figlia combattuta tra loro, felicità e fedeltà. Le crepe sono dappertutto, ma vengono coperte da piccoli spiragli di normalità, dalla vita che deve andare avanti. Poi un giorno tutto crolla, per ognuno in un modo diverso, e sotto le macerie resta lei, la bambina che tutti volevano per sé e che nessuno ha amato abbastanza; lei, cuore di un corpo che non esiste più.
Alessandra Carati, con la consueta lucida empatia, ci racconta in Atto di famiglia (Neri Pozza, 2026, Euro 18,00, pp. 180. Anche Ebook) la fine drammatica ma possibile di una famiglia, dando spazio alle versioni di tutti gli attori, spesso discordi, contraddittorie, ma non per questo meno vere. Un romanzo graffiante per dirci che il male non necessita sempre di corpi violati, ma può insinuarsi anche dietro al silenzio, la codardia, la menzogna.
Ad Alessandra Carati abbiamo chiesto come potremmo definire la famiglia protagonista del suo romanzo:
«Il punto è proprio l’impossibilità di definirla. Nella narrativa non ci si muove dentro categorie, si esplorano oggetti specifici, persone specifiche, situazioni specifiche, ciascuna con la sua natura e la sua realtà. E, per questo, irriducibili a una definizione. Durante la scrittura del libro di proposito ho evitato di ricorrere a termini come ‘relazione tossica’, ‘famiglia disfunzionale’, ‘abuso’ perché sono parole larghe che non riescono a catturare del tutto la molteplicità e l’unicità di ciò che può accadere in una particolare famiglia. Quando il racconto resta sul piano delle cose minime, del poco, del niente di cui sono fatte le nostre giornate – le nostre vite – può persino capitare di accorciare le distanze e riconoscersi in questi personaggi, anche se in piccola parte».










