Sotto il cappello a tesa larga, vezzo novecentesco e antidoto contro la timidezza, si nasconde una scrittrice autentica. Jeans e felpa grigia, distante dall’immagine che la accompagna, Amélie Nothomb si aggira tra montagne di lettere e carte nel suo studio parigino, nella casa editrice che la pubblica da sempre, Albin Michel. Lei scrive qui? «No, lo uso solo per la corrispondenza», si affretta a dire con gentilezza.Nei suoi romanzi l’autrice belga, nata in Giappone e oggi divisa tra Bruxelles e Parigi, mette nero su bianco parole affilate, impregnate di sottile ironia. Con metodo scrupoloso: ogni anno, alla rentrée letteraria francese di fine agosto, pubblica un romanzo atteso come un oggetto di culto. Fin dal 1992, quando il libro d’esordio, “Igiene dell’assassino”, thriller psicologico costruito come intervista collettiva a un grande scrittore malato, la impose sulla scena. Nella sequela di uscite e traduzioni, approda adesso in Italia “Meglio così” (Voland, pp. 132; € 17, traduzione di Federica Di Lella), il suo trentaquattresimo romanzo. Con l’editore di sempre, Voland. La storia di una bambina, Adrienne (alter ego della madre della scrittrice), che nell’estate del 1942 per sfuggire alla minaccia dei bombardamenti su Bruxelles viene condannata a trascorrere due mesi a Gand con sua nonna. La quale si rivela una strega malvagia, brutale e autoritaria. Costringe Adrienne a ingoiare aringhe sott’aceto, le infligge ogni sorta di angherie. Dopo aver raccontato la storia del padre in “Primo sangue” – Prix Renaudot 2021, Premio Strega Europeo 2022 e ora tributo alla carriera all'Orbetello Book Prize 2026 – Nothomb dedica il nuovo romanzo alla madre. Fa i conti con l’esperienza lacerante del lutto dei genitori, scomparsi negli ultimi anni. Tra sensi di colpa, pianti improvvisi, paralisi delle emozioni. Proprio di fronte alla casa editrice c’è il cimitero di Montparnasse. Simmetria dei luoghi.Amélie Nothomb, cos’è per lei la famiglia?«Il primo cerchio. La letteratura è nata in famiglia, la prima letteratura è la tragedia greca. Avere un padre, una madre, un figlio, una figlia, è già una tragedia. A volte bellissima, a volte orribile. Ma sono i personaggi più importanti della nostra vita».Nel suo nuovo romanzo, “Meglio così”, scrive: «È complicato appartenere a un gruppo, ancor più a una famiglia. Di fronte a un problema del genere bisogna scegliere tra amore e odio». Lei cosa ha scelto?«L’amore. Non è stato difficile, i miei genitori erano molto affettuosi. Comunque le cose non sono sempre facili. Perché anche i migliori genitori del mondo commettono errori, a volte anche gravi. E poi anche loro, a loro volta, hanno una famiglia. Come dimostra la storia di mia madre».La storia del romanzo è reale ma sembra una fiaba.«Invece è tutto vero. Ho raccontato questa storia come una favola, era l’unico modo per farlo. Le cose che avrei narrato erano talmente enormi che difficilmente i lettori mi avrebbero creduto. Dunque, ho pensato, tanto vale raccontarla come favola. E invece a pagina 160 il tono cambia. È tutto vero, dico. Questa donna è esistita davvero. Era mia madre, ed è morta. Ecco. Ricordo che quando la gente mi chiedeva come stesse mia madre, rispondevo: “Sta benissimo”. Un po’ macabro, ma stavo affrontando una difficoltà psicologica troppo grande. L’unica soluzione era scrivere. Il libro è il coming out di un’orfana».Ha descritto “Primo sangue” come il libro «scritto da mio padre, non su mio padre». È scritto in prima persona, mentre il romanzo “Meglio così” in terza. Perché?«Ho scritto con la voce di mio padre, volevo fare la stessa cosa con mia madre, senza successo. Mi sono resa conto che era troppo misteriosa, troppo diversa da me. Anche mio padre era misterioso ma gli somigliavo terribilmente. A lei invece non somiglio affatto».In cosa somiglia a lui?«Vede? Erano molto belli (da un cassetto la scrittrice tira fuori una fotografia: il padre e la madre insieme da giovani). Ho lo stesso tipo di mentalità di mio padre, un fortissimo senso di colpa, qualcosa con cui si nasce. Mia madre, invece, non sa nemmeno cosa sia».I figli reagiscono alla morte di un genitore con modalità diverse.«Il dolore è un’esperienza profondamente personale. Ognuno di noi ha un rapporto unico con la propria madre. Il dolore della perdita è più profondo rispetto a quello per la morte del padre».Nel narrare della propria famiglia molti scrittori si lasciano andare al sentimentalismo. Il suo approccio, invece, è più asciutto. Si potrebbe definire “nordico”.«Sono d’accordo. C’è spiritualità, ma non quel lato nostalgico e malinconico di un certo modo di scrivere più mediterraneo. Sono pur sempre una ragazza del Nord! Il Belgio è ambiguo, il più meridionale dei Paesi del Nord. Provengo dalla parte meridionale del Paese, francofona, mentre mia madre è fiamminga. I miei genitori sono come Romeo e Giulietta, innanzitutto per ragioni di nobiltà: mio padre era nobile, mia madre no. E rappresentano il simbolo di questa complessità. Sotto questo aspetto sono una vera belga: la figlia multiculturale di un padre vallone e una madre fiamminga».Nel romanzo Adrienne si trova alla fine di una lunga catena di odio materno. Sua madre ne rappresenta la rottura.«È ancestrale: le madri odiano le figlie, che a loro volta detestano le loro genitrici. Da generazioni. Mia madre spezza il ciclo. Ama sua madre e le figlie. Una di loro è qui con lei».La bambina sopravvive grazie al mantra “Tanto meglio”. Cosa vuol dire?«Mia madre viene affidata a quattro anni a una nonna orribile e sadica. Per farcela cerca un mantra e lo trova in quella formula. Non sa bene cosa significhi ma ne coglie il potere. Così diventerà “la signora Tanto meglio”».La cadenza ciclica dei suoi romanzi ha qualcosa di rituale. Quanto conta il metodo di scrittura?«Scrivo quattro ore al giorno, dalle 4 alle 8 del mattino. Ho trovato il mio metodo a 21 anni, lo seguo da allora. Scrivo tre o quattro libri l’anno, ma ne pubblico uno solo. Gli altri non li pubblicherò mai».Il prossimo uscirà in Francia a fine agosto per Albin Michel, con il titolo “L’adolescence du perroquet” (in italiano “L’adolescenza del pappagallo”). Di cosa parla?«Non ha nulla di autobiografico. Non posso dire altro (sorride, ndr)».Quando seppe della morte di sua madre continuò a scrivere per un’ora.«Scrivevo quasi indipendentemente dalla mia volontà. Come se la mano fosse staccata dal corpo, mentre tutto il resto era esploso nel dolore».La lingua come resistenza, anche in tempo di guerra.«La famiglia di mia madre, pur essendo fiamminga, non parlava la loro lingua. I tedeschi preferivano i fiamminghi perché è una lingua germanica. I miei invece parlavano francese, la lingua della resistenza».Il premio Tributo alla carriera del 2026
Amélie Nothomb: "Il mio coming out di orfana"
La perdita del padre, poi della madre. Con gli ultimi due romanzi la scrittrice belga rende omaggio ai genitori. “La famiglia è il primo cerchio. La letteratura






