Psicologa e psicoterapeuta tra le voci più influenti del dibattito contemporaneo sulla famiglia e sull’adolescenza, Stefania Andreoli torna in libreria con “Un’ottima famiglia” (Rizzoli), il suo primo romanzo. E forse non è un caso che abbia scelto proprio la narrativa per affrontare il tema più fragile e controverso del nostro tempo. Negli ultimi anni la famiglia è diventata il luogo di ogni processo. Il genitore contemporaneo vive sotto esame permanente: qualsiasi scelta sembra sbagliata, qualsiasi limite traumatizzante, qualsiasi errore imperdonabile. Eppure, osserva Andreoli, questa esposizione continua non nasce soltanto da un fallimento educativo, ma da un passaggio storico.«Il passaggio dalla cosiddetta famiglia normativa, quella di stampo patriarcale, con ruoli nettamente definiti e confini quasi invalicabili tra genitori e figli, alla forma attuale che i tecnici chiamano “famiglia emotiva” ha mostrato i primi segni una ventina d’anni fa. Per la prima volta nella storia dell’uomo, i figli facevano la rivoluzione vera e propria e realizzavano il proposito che qualunque generazione prima di loro aveva espresso solo a parole: “Io non sarò mai come mio padre e mia madre”».Il punto, però, è che questa rivoluzione non ha ancora trovato un equilibrio. «Non abbiamo, in solo qualche decennio, sistematizzato un nuovo modo funzionale e convincente di fare famiglia», spiega Andreoli, sottolineando come oggi si oscilli continuamente tra due estremi: il modello autoritario e sanzionatorio del passato e quello iper-dialogante, quasi ansioso, del presente.Dentro questa riflessione si inserisce anche il dibattito che l’ha travolta nelle ultime settimane, dopo alcune dichiarazioni sul “ti amo” rivolto ai figli. Un tema diventato virale perché ha toccato un nervo scoperto: il bisogno contemporaneo di performare l’amore genitoriale.«Il genitore-tipo contemporaneo è malato di una vera e propria ansia da prestazione genitoriale che lo nevrotizza e non gli fa concepire con la dovuta serenità l’eventualità di mettere in discussione il fatto di ammantare di tanta enfasi l’esperienza condivisa con i figli».Andreoli non mette in discussione l’amore ma il linguaggio. «Mi pare evidente che si provi amore per i figli», chiarisce. «L’affaire “ti amo” rivolto ai figli non ha niente a che vedere con il provare amore, bensì con una dichiarazione che contenuta dentro a quelle due parole è altrettanto chiaramente la battuta tipica del dialogo tra innamorati. È un lessico sentimentale rischioso da appiattire senza difendere sfumature e differenze».In “Un’ottima famiglia” ci sono famiglie imperfette, crepe profonde, fragilità che non cercano assoluzioni. Solo sullo sfondo resta il rapporto tra genitori, figli e tecnologia. Andreoli evita il riflesso più facile, quello della demonizzazione. «I cellulari hanno riempito un vuoto già presente e in questo senso sono stati piuttosto una straordinaria soluzione a ben altro problema: il vuoto di senso, di autenticità, di coinvolgimento».La sua riflessione ribalta molte semplificazioni contemporanee. Perché il problema non sarebbe tanto il telefono, quanto la nostra incapacità adulta di essere davvero interessanti e coinvolgenti. «Noi adulti, quanto siamo capaci di attirare i giovani senza strattonarli o adescarli?»