Genova – Nella terra di mezzo della letteratura per l’infanzia, ogni storia, ogni immagine, ogni parola è l’inizio di un dialogo tra due mondi che non sempre, nella realtà, riescono a incontrarsi. Raccontare i bambini agli adulti ma soprattutto «spiegare ai piccoli come funzionano i grandi» per Silvia Vecchini, autrice e poetessa - Premio Andersen 2026 come miglior scrittrice dell’anno - è il punto di partenza e al tempo stesso il traguardo di un lungo percorso che l’ha portata negli anni a sperimentare diversi tipi di linguaggio, dai romanzi ai fumetti agli albi illustrati. «Tutto ha inizio con la poesia, così mi sono avvicinata alla scrittura da adolescente, e ancora adesso ogni mio libro contiene sempre qualche riferimento poetico» spiega l’autrice che ha appena ricevuto il riconoscimento nella Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale. Come capisce qual è la forma giusta per una determinata storia? «La prima intuizione, il primo incontro con ogni storia che scrivo è in forma poetica, l’ispirazione nasce sempre da un testo in versi poi, in un secondo momento, mi interrogo su quale sia la forma migliore per trasferire quella visione sulla pagina. Ma quel nucleo poetico rimane, anche solo come riferimento, a volte punteggia la narrazione in prosa, ad esempio attraverso le voci di un coro, come nel libro “Briciole di luce”». Come si avvicina la poesia ai bambini? «Quando ho iniziato a scrivere per ragazzi ho aspettato un po’ prima di utilizzare la poesia, non volevo correre il rischio di semplificare troppo, perché spesso quando si parla di poesia per l’infanzia si pensa a qualcosa di facile, a un linguaggio un po’ “zuccherino”, mentre io volevo conservare la mia voce in versi liberi senza alterarla e senza tradire l’intelligenza dei bambini e la loro sensibilità finissima. Così ho atteso finché non ho trovato la giusta accordatura con il loro sentire. Poi, la forma ogni volta viene da sé, a volte inserisco testi poetici in un graphic novel, a volte in un romanzo, dipende, io mi metto a servizio della storia». Nei suoi libri lei affronta temi complessi, la diversità, le difficoltà della crescita, in questi casi qual è il linguaggio giusto per rivolgersi ai ragazzi? «Per me è fondamentale anzitutto “vedere” l’infanzia, nelle sue difficoltà, nelle sue fragilità, vederla nel momento in cui chiede a noi adulti una maggiore attenzione. Non servono storie scritte a tavolino con risposte già pronte, è importante far capire ai ragazzi che non sono da soli, che qualcuno li ha visti e ha capito la fatica della crescita ma anche le risorse e le cose belle che può offrire». Anche i bambini hanno qualcosa da dire ai grandi? «Hanno molto da dire e da comunicare e questa cucitura, questo dialogo tra ragazzi e adulti, attraverso le pagine di un libro, è un po’ l’essenza del progetto che sto portando avanti, mi sta molto a cuore perché non stiamo parlando di due universi separati, c’è una circolarità, quello che diamo lo riceviamo sempre indietro. Noi adulti pensiamo di avere tutte le risposte pronte invece dobbiamo riconoscere che a volte sono i bambini che ci risvegliano, che risvegliano il nostro sguardo, la nostra sensibilità e ci mostrano le cose importanti». Non sempre ce ne rendiamo conto. «Abbiamo la convinzione di aver capito ogni cosa dell’infanzia e che dobbiamo essere sempre noi adulti a chinarci verso i bambini, per aiutarli, per seguirli, ma la verità è che per ogni gesto di cura, di attenzione, di ascolto, riceviamo in cambio qualcosa: proprio su questo tema ho scritto una lunga poesia, confluita nell’albo illustrato “Ogni volta”, a ispirarmi è stata una frase del Talmud che dice “è il frutto che protegge l’albero”: ecco io penso che i bambini facciano per noi qualcosa di simile». Le immagini sono fondamentali nei suoi libri, in che modo dialogano con le parole? «A volte, soprattutto nei fumetti, nascono insieme, testo e tavole illustrate vengono realizzate contestualmente e sono frutto di uno scambio continuo tra autore e disegnatore, altre volte è il testo a ispirare le immagini ma comunque, in generale, nell’editoria per l’infanzia fare libri è un lavoro collettivo. Lo voglio sottolineare perché questo premio, che è stata una sorpresa e che accolgo con enorme gratitudine, lo condivido con tutte le illustratrici e gli illustratori che hanno portato il loro immaginario nelle mie storie».