Essere donna e vivere in montagna garantiva una vita doppiamente difficile, da un lato per l'appartenenza al sesso svantaggiato, dall'altro per il vivere in un ambiente sfavorevole. Su tutto questo, sulla condizione femminile della montagna veneta tra Otto e Novecento, è andata a indagare Raffaella Calgaro, nel libro "Non abbiamo più paura. Storie di donne e di montagna", edito da Marcianum Press.
Il libro Il volume è stato presentato in un incontro allo squero Casal, a Cannaregio, a Venezia, perché una delle donne di cui si racconta la storia è Elisabetta Panciera Besarel, nata ad Astragal di Zoldo nel 1859 e che, spostatasi a Venezia, ricopre un ruolo determinante nell'affermare il successo dello squero del marito, Antonio Casal. Calgaro, insegnante e storica vicentina, ha studiato in particolare la condizione femminile della Val di Zoldo, nel bellunese, e dell'Altopiano dei Sette Comuni, nel vicentino. Ha letto inchieste, testimonianze, per poterne dar conto nel libro. La tradizionale e falsa immagine della donna angelo del focolare, ne esce sconquassata, non solo perché è una visione profondamente maschilista, ma anche perché il focolare spesso era in realtà un luogo orrendo.I documenti Per esempio, riporta un'inchiesta riguardo alla situazione nel bellunese: «Sono abitazioni anguste, mal riparate, mal ventilate, mal costrutte, senza pavimento; coperte non di rado di paglia, nelle quali ha ricovero un numero soverchio d'individui; sono di frequente umide, basse, senza luce, e accanto ad esse si ammucchia spesso il concime». Uno dei casi più clamorosi raccontati da Calgaro è quello del trevigiano Giovanni Vendramin, arrestato a Trento nel 1913 (al tempo, quindi, in Austria). Aveva ingannato parecchie donne del bellunese che avevano il marito emigrato da molti anni. L'uomo si presentava a casa loro spacciandosi per essere il consorte finalmente ritornato. Le donne erano ben felici di accoglierlo e se lo tenevano in casa. «Veniva sempre accolto con entusiasmo - scrive l'articolo della "Gazzetta di Venezia" citato dall'autrice Conviveva - poi con quelle donne alle quali riusciva far credere quanto diceva, poi da un momento all'altro si eclissava». Questo tizio riusciva a farsi mantenere per periodi di tempo più o meno lunghi, godere dei favori di quelle povere donne, e poi, andandosene, rubava loro quel che fosse possibile portar via.L'ordine «La risposta delle donne - osserva Calgaro - è unanime: che sia più alto o più basso, moro o biondo, è un fatto del tutto irrilevante e il presunto marito viene accolto a braccia aperte. L'accettazione di chiunque-purché-marito ristabilisce l'ordine nel paese e nella società; poco importa chi sia, l'importante è che tutto sembri come prima». Il mondo in cui si muovono queste donne è un ambiente di confine. Confine statale, infatti molto spesso si spostano nell'impero asburgico, un tragitto che talvolta può essere anche solo di pochi chilometri, come tra feltrino e tesino, o tra Cadore e Ampezzano, ma anche al confine tra l'altura e la pianura, come, appunto, Elisabetta Panciera Besarel. La donna, assieme alle sorelle Caterina e Giovanna, si sposta a Venezia dove il padre Valentino, con lo zio Francesco, ha avviato un laboratorio di falegnameria sul Canal Grande, dove fabbricano mobili artistici. Le tre sorelle tornano spesso in Valzoldana e non perdono mai il legame con le loro radici. Comunque Caterina viene iscritta dal padre evidentemente di larghe vedute all'Accademia di Belle Arti. È il 1882 e la ragazzina quindicenne è l'unica donna a frequentare l'Accademia dove, in ogni caso, le sue qualità artistiche vengono riconosciute e valorizzate. «La ditta negli anni Ottanta - sottolinea Calgaro - vive un'incredibile espansione e arriva ad avere una trentina di addetti tra scultori e operai specializzati. Le commissioni giungono da tutta la penisola e dall'estero». La sorella Elisabetta, intanto, si sposa con Antonio Casal, pure lui originario della Val di Zoldo. Le famiglie Casal e Panciera si conoscono, e lo squero dei Casal realizza nel 1884 la gondola per la regina Margherita (oggi esposta nel cortile di Palazzo Ducale) i cui intagli, compresi quelli del felze sono eseguiti da Valentino Besarel. «Elisabetta ora è sposata narra Calgaro ha quattro figli, ma continua il mestiere di sempre: la conduzione dell'azienda. Amministra infatti lo squero della famiglia Casal, curandone l'aspetto commerciale. Nel frattempo i suoi viaggi ad Astragàl continuano, così come le passeggiate lungo le pendici dei monti. Di lì a poco, nel 1900, il marito Antonio muore. Elisabetta non si perde d'animo, continua a gestire l'azienda, affrontando le difficoltà non solo di natura economica. Poi l'irruenza della guerra porta alla chiusura dello squero Casal e Bettina si ritira a vita privata». Tra i casi che Calgaro prende in esame, c'è anche un femminicidio, quello di Angelina Zampieri, nata nel 1898 a Visome, poco fuori Belluno, in un ambiente di straziante povertà. Nel 1812 parte assieme altre ragazze per l'impero asburgico. Va a servizio a casa di un falegname a Povo, vicino a Trento. Bortolo Moggioli, questo il suo nome, la importuna e lei va a Trento dove trova un nuovo lavoro, ma il falegname, saputo l'indirizzo dove la ragazzina si trovava, ricomincia a infastidirla. La famiglia interviene per difenderla, ma Moggioli insiste. «Un pomeriggio la ragazza - riporta Calgaro - di ritorno dal fiume dove ha appena lavato il bucato, viene fermata dal falegname. L'uomo è alterato: la blocca afferrandole il braccio, le urla di tornare da lui, lei si divincola e corre verso casa. Lui la segue. Angelina arriva a casa e tira un sospiro di sollievo: è già nell'atrio e sta per salire le scale, ma all'improvviso viene raggiunta da una prima coltellata alla schiena, e poi un'altra e un'altra ancora. Per sedici volte la ragazza viene colpita. Con rabbia e con violenza. Quando si accascia a terra esanime, Bortolo sfila dalla tasca una rivoltella e si spara un colpo alla tempia, uccidendosi». Angelina muore in ospedale il giorno successivo, il 24 luglio 1913. «La violenza di questo femminicidio - conclude Calgaro - rimane impressa tra la gente tanto che, molti anni dopo, nel 1972, si decide di traslare le spoglie di Angelina dal cimitero di Trento a Limana, luogo d'origine della famiglia. L'evento desta grande curiosità e una folla enorme partecipa al rito, tuttavia di lì a qualche tempo, alcuni vandali trafugano i resti della ragazza». Infelice da viva, perseguitata pure da morta, oggi è ricordata dalla toponomastica: le sono state dedicate una piazza a Belluno e una via a Polentes di Limana, la frazione di dov'erano i suoi genitori.








