In principio fu Benelli, la più antica azienda motociclistica italiana in attività. Era il 2005 quando passò a Qianjiang Motor, società cinese controllata da Geely. Poi le porte si sono aperte sempre più rapidamente. Dal colosso della nautica di lusso Ferretti, nelle mani di Weichai dal 2012, al 40% di Ansaldo Energia controllato da Shanghai Electric, la lista è lunga. E tocca tutti i settori. C’è il food con la Riso Scotti finita a Bright Food (2014), i gioielli di Buccellati (Gangtai Group, 2017), i business di Pirelli che nel 2015 sono stati acquistati da ChemChina, poi diventata Sinochem, la moda con Krizia (Shenzhen Marisfrolg Fashion) e Sergio Rossi (Fosun), gli elettrodomestici Candy finiti ad Haier nel 2018. Fino alle caffettiere di Bialetti, ora proprietà del fondo Nuo Capital, e le sneaker Golden Goose presa dal fondo Hsg. Recentemente Stellantis ha aperto la strada delle fabbriche europee a due carmakers di Pechino, Leapmotor e Dongfeng, tentando di contenere attraverso le partnership l’imminente invasione del mercato automobilistico europeo.

La Cina non si avvicina, è già qui da tempo. Ora sta solo intensificando un percorso intrapreso da anni che, a fasi variabili, è stato orientato alle acquisizioni o al massiccio orientamento delle proprie merci nel mercato europeo. Siamo in quest’ultima fase, la più temuta dalle industrie italiane ed europee. I cinesi non hanno più bisogno di acquisire per costruire know-how, avendo ormai vantaggi tecnologici, disponibilità sostanzialmente infinita di materie prime e basso costo del lavoro e dell’energia. Devono solo trovare un mercato per le loro merci e ci stanno riuscendo. Se un tempo si trattava di prodotti a basso valore aggiunto, ora la penetrazione è radicale anche altrove. E sta toccando settori cardine della manifattura italiana ed europea. Martedì il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha lanciato l’allarme sulla “colonizzazione dei mercati” da parte della “unica vera superpotenza industriale”, capace di generare “il 35% della produzione manufatturiera” globale e di spostare un “carico gigantesco di merci” anche nelle tecnologie avanzate sfruttando la sovraccapacità produttiva e la carenza di domanda interna. Quasi nessun settore è al riparo.