Calare nella concretezza dell’assistenza sanitaria i principi etici che devono ca­ratterizzare le attività di cura è compi­to impegnativo. Un confronto tra esponenti politici e amministrativi sulla “dimensione strutturale e comunitaria della salute” ha caratterizzato, mercoledì 20 maggio, la seconda sessione del XXVII convegno nazionale di Pasto­rale della salute, che si è svolto a Falerna (Catanzaro), organizzato dall’Ufficio naziona­le di Pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana (Cei) diretto da don Mas­simo Angelelli.Accanto al presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che ha riferito dei risultati faticosamente ottenuti (la Regione è uscita da un commissariamento durato 12 anni), l’as­sessore alla Sanità della Regione Piemonte Fe­derico Riboldi ha messo in guardia dal rima­nere immobili mentre la società cambia, e il presidente dell’Istituto Auxologico Italiano Ma­rio Colombo ha invitato a valutare in modo appropriato le risorse della sussidiarietà, mentre il direttore del Dipartimento della prevenzio­ne del Ministero della Salute, Maria Rosaria Campitiello, in un collegamento a distanza, ha invitato a ricostruire fiducia nel Servizio sani­tario nazionale (Ssn). Infine alcune indicazio­ni su come intendere correttamente la sussidia­rietà sono venute da monsignor Francesco Sa­vino, vicepresidente della Cei e vescovo di Cas­sano all’Jonio (Cosenza).A moderare gli interventi lo psichiatra Andrea Casadio, il quale pur riconoscendo che le mu­tate condizioni sociali ed epidemiologiche, con invecchiamento e solitudini (nel 2025 in Italia le famiglie composte da un solo individuo era­no il 37,1%, solo nel 2005 erano al 25,9%), im­pongono cambiamenti profondi al Ssn, ha ri­cordato che se in Italia c’è un’aspettativa di vi­ta di 84 anni, seconda solo al Giappone, il me­rito non sarà solo della dieta mediterranea ma anche di un sistema di cura efficace. Di fronte alle richieste spesso ripetute di maggiori risor­se da destinare al Ssn, Occhiuto ha però preci­sato che «è certo necessario, ma non è suffi­ciente. Se un motore non funziona bene non basta mettergli più benzina, va anche ripara­to: si parla troppo poco delle riforme necessa­rie». Tra le difficoltà che hanno ostacolato l’evol­versi della sanità Occhiuto ha indicato «lo scon­tro ideologico tra sanità pubblica e sanità pri­vata convenzionata, che pure contribuisce a realizzare i Livelli essenziali di assistenza (Lea), quindi aiuta i cittadini». Con la conseguenza, ha proseguito, che «si è privatizzato il mercato del lavoro nella sanità e sono nate le coopera­tive di gettonisti, che costavano moltissimo al­la Regione e inducevano i medici ad abbando­nare la sanità pubblica». La soluzione dei me­dici cubani che la Calabria ha assunto «è stata molto osteggiata, ma ero sicuro che fosse la strada giusta, e il tempo mi ha dato ragione», ha detto il presidente, rivendicando al tempo stesso il diritto a proporre riforme «guardando ai bisogni dei cittadini, non sotto dettatura de­gli Ordini dei medici o dei sindacati», con chia­ra allusione alle opposizioni che sta incontran­do la riforma della medicina generale annun­ciata dal ministro della Salute Orazio Schillaci.Proprio su questo tema, dall’altro capo della Penisola, l’assessore piemontese Riboldi ha in­vitato a vincere la tentazione «di non cambia­re mai nulla, come mi aveva suggerito un an­ziano sindaco quando sono stato eletto. Ma noi amministratori dobbiamo dare risposte a una società che si evolve: stare fermi non risolve il problema degli anziani che aumentano, per questo occorrono riforme strutturali». Dal pun­to di vista sociale, ancor prima che sanitario, Ri­boldi ha riferito di avere proposto al suo colle­ga all’Urbanistica di studiare nei piani regola­tori la costruzione di quartieri o condomini “protetti”, adatti ad accogliere anziani ancora autosufficienti ma ai quali serve non essere iso­lati, avendo a disposizione un minimo control­lo o accompagnamento (per esempio un infer­miere che li visita periodicamente): «Una so­luzione che può apparire costosa, ma lo è me­no di una Rsa per persone non autosufficien­ti». Infine, Riboldi ha invitato a «dividere in ma­niera significativa il privato lucrativo dal priva­to sociale. Non va demonizzato chi vuole arric­chire un investitore, e si convenziona a prezzi onesti con lo Stato, ma ci deve essere una rela­zione diversa – che oggi non c’è – rispetto a chi reinveste le risorse per curare». Un esempio di questo investimento “virtuoso” è stato illustrato da Mario Colombo: «Stiamo completando le pratiche con la Regione Cala­bria per aprire in una struttura già di nostra proprietà un centro residenziale per i disturbi alimentari, anoressia e bulimia, a Limbadi (Vi­bo Valentia). Una realtà non profit di tipo scien­tifico, radicata nel Nord, fa con coraggio la scel­ta di non fare l’ennesima struttura per Tac o vi­site specialistiche in una zona remunerativa, ma di essere presente in terra di Calabria, per occuparsi di chi non ha cura. Per queste pato­logie sarà il centro più importante del Sud Ita­lia ». Colombo ha anche chiesto di rivalutare opportunamente il tema della sussidiarietà e «uscire dall’ipocrisia di rimborsi riconosciuti alle strutture private convenzionate che non coprono i costi delle prestazioni, mentre nelle strutture statali i debiti vengono ripianati. Non siamo un’impresa della sanità, non abbiamo padroni, ma lavoriamo per il paziente».Da parte sua il direttore del Dipartimento Salute e servi­zi sanitari della Regione Ca­labria, Ernesto Esposito, ha acceso un faro sul grande te­ma delle liste d’attesa e della appropriatezza delle cure: «Dalla mia esperienza tren­tennale non credo che au­mentando l'offerta si riduco­no le liste d'attesa, anzi, si genera più domanda: il vero problema è come gestire e governare la domanda». E ha auspicato che si possa concordare una allean­za con i medici di medicina generale (mmg): «Occorre che seguano le regole di appropria­tezza, perché il paziente non è del medico ma del Servizio sanitario regionale. Dobbiamo sa­pere se i mmg sono vicini a noi a governare la domanda».Quanto all’interazione tra comunità civile e co­munità ecclesiale, il vescovo Savino ha chiesto di essere chiari nel sapere chi fa cosa: «Altri­menti c'è una grande confusione e facciamo danni. La comunità ecclesiale non deve sosti­tuirsi allo Stato, né la pastorale della salute può diventare surrogato povero di ciò che le istitu­zioni pubbliche non riescono a garantire. Non lasciamoci strumentalizzare». Infine ha invi­tato a “scoperchiare” alcuni tetti: «La frammen­tazione (separazione tra sociale e sanitario, tra ospedale e territorio), la burocrazia, la solitu­dine (in ospedale occorre mettersi accanto al malato), lo stigma (nella malattia mentale), le disuguaglianze territoriali».