Pubblicato il: 31/05/2026 – 10:35

di Paola Suraci

REGGIO CALABRIA Ci sono luoghi in Italia dove la sanità pubblica ha lasciato segni profondi, non nelle statistiche ma nella memoria delle persone. Reggio Calabria è uno di questi. Anni di commissariamento, reparti svuotati, liste d’attesa che diventavano rinunce, e una generazione abituata a curarsi altrove o a non curarsi affatto. Un rapporto tra istituzioni e cittadini consumato dalla diffidenza, logorato dall’abbandono. Ecco perché quello che è successo negli uffici della Direzione generale dell’Asp vale la pena raccontarlo. Non perché una firma cambi tutto — le firme raramente cambiano tutto — ma perché questa firma dice qualcosa di insolito. Dice che forse si può ricominciare da capo. Dice che la sanità pubblica, almeno qui, ha deciso di smettere di fare da sola. La deliberazione n. 608 porta il nome di “Protocollo d’Intesa Etico Solidale”. Dietro quel titolo un po’ solenne c’è una cosa concreta: trentuno organizzazioni del territorio — associazioni di volontariato, cooperative sociali, comitati di quartiere, reti civiche — che si siedono formalmente accanto all’Asp per costruire insieme le Case della Comunità. Non come fornitori di servizi. Non come tappabuchi. Come alleati, per “un rapporto stabile di leale collaborazione, finalizzato alla costruzione di una rete territoriale integrata a supporto delle Case e degli Ospedali di Comunità” c’è scritto nero su bianco nel protocollo d’intesa firmato e che ha validità triennale.