di
Simone Canettieri
Il discorso riceve 22 applausi: «L’Italia non è più l’anello debole»
ROMA Allora, presidente, contenta di questa accoglienza? «Beh, sì: menomale!», risponde Giorgia Meloni, con moto liberatorio delle braccia, prima di infilarsi in ascensore per lasciare il centro congressi «La nuvola». La premier ha appena parlato per 35 minuti all’assemblea di Confindustria. Un po’ a braccio e molto affidandosi alla sua coperta di Linus: il quadernino verde degli appunti. Contati ventidue applausi da parte della platea (almeno in un’occasione anche dal capo dello Stato Sergio Mattarella, seduto in prima fila, sull’Italia «nazione credibile e autorevole: non siamo più l’anello debole d’Europa»).Un discorso piano, quello di Meloni. A tratti quasi dolente per via del momento complicato mai nascosto, ma anche pieno di aperture alle richieste tecniche dei padroni di casa. Con i quali la premier condivide, e sono applausi, le critiche «all’Europa, gigante burocratico che deve fare meno e meglio». E poi ci sono la voglia di non rassegnarsi al declino, l’orgoglio italiano come lezione di resistenza alle crisi («non ho nulla da insegnarvi, finora avete dato voi prova del contrario»), l’elogio della libertà di impresa e il primato della politica sulla burocrazia. Non usa il registro da leader di partito. Non parla delle ultime elezioni amministrative che l’altra sera le hanno strappato (e forse stappato) più di un sorriso. Meloni — che ringrazia il presidente di Confindustria Emanuele Orsini per «i preziosi suggerimenti» — dà anche due titoli. Ovvero: «Aprirò insieme a voi un grande cantiere per liberare l’Italia e le imprese dalla burocrazia». E ancora: «Stiamo lavorando per ampliare i vantaggi delle Zes (le Zone economiche speciali) anche al resto del Paese, perché al Sud e al Centro hanno funzionato: lo dicono i dati dei nuovi assunti». Inciso di contesto: questo passaggio davanti al mondo delle imprese non era banale come termometro del consenso (e viste le critiche al ministro Adolfo Urso). Soprattutto dopo quasi quattro anni di governo, due guerre in corso, una crisi energetica da non dormirci la notte, dati sulla produzione ballerini, rapporti così così (a partire dai dazi) con l’America dell’ex amico speciale Trump, evocato, quanto basta, quando viene citato «l’anno più difficile dei rapporti transatlantici». Insomma, poteva piovere, invece sulla Nuvola dell’Eur batte un sole da trenta gradi all’ombra. «È stata tosta! Davvero brava», dice Luca Cordero di Montezemolo, profondo conoscitore di questo milieu confindustriale. Il manager si farà dare uno «strappo» in ascensore dalla premier e con lui salirà anche l’inossidabile Gianni Letta (avvistato prima dell’inizio dell’evento in un lungo conciliabolo con Tajani su Forza Italia e amministrative: «Antonio, davvero?»).












