Policrisi o polialibi? Il piccolo ma interessante duetto andato in scena ieri all’assemblea generale di Confindustria tra il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, e il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, merita di essere analizzato sia per quello che Meloni e Orsini hanno detto, per le promesse fatte, per gli impegni presi, per le triangolazioni enunciate, sia per quello che invece ieri è clamorosamente mancato. L’elemento nuovo, rilevante, è stato un’assunzione forte di responsabilità da parte di Orsini, che in modo non scontato ha ricordato non solo che l’Italia è un paese che rischia di pagare le conseguenze di una forte deindustrializzazione dell’Europa, e senza industria non c’è manifattura e senza manifattura saltano welfare, occupazione, coesione, crescita, ma ha ricordato soprattutto che quando si parla di salari, in Italia, c’è un problema grave che le imprese non possono permettersi di delegare solo alla politica: devono affrontarlo assumendosi le proprie responsabilità. Nel discorso di Meloni – una Meloni in parte di governo, ovviamente, ma con una postura da leader di una qualche opposizione, in lotta contro tutto ciò che a suo dire frenerebbe il paese: l’Europa, la burocrazia, l’ambientalismo – gli elementi per così dire di notiziabilità sono invece questi. Meloni ha promesso di estendere il modello della Zes unica a tutto il territorio nazionale (la Zes unica è una zona economica speciale che beneficia di alcuni passaggi di sburocratizzazione temporanea). Ha proposto un “cantiere comune” con le imprese per una riforma radicale della burocrazia (dai contorni tutti da definire). Ha confermato l’accelerazione sul nucleare con legge delega entro l’estate (dopo quattro anni di governo, arrivare a promettere qualcosa che la maggioranza aveva promesso di fare il primo giorno è un punto di debolezza, non di forza). Ha aperto a software e cloud negli incentivi del governo (quando Meloni ringrazia, davanti agli imprenditori, il ministro Adolfo Urso per il suo lavoro, la temperatura in sala, per l’imbarazzo dei presenti, scende di una sessantina di gradi). Ha difeso il progetto di sospensione dell’Ets per i settori colpiti dalla crisi di Hormuz (il sistema Ets è il mercato delle quote di CO2). I discorsi tenuti da figure importanti in occasioni rilevanti si misurano ovviamente per quello che contengono. Ma a volte, quando si presenta la necessità, si misurano anche per quello che non contengono.Ieri, nel corso della ricca assemblea di Confindustria, il tema rimosso non è stato solo il Pnrr, accennato dal presidente Orsini solo una volta, come un modello da seguire anche nel futuro (Meloni ne ha parlato ancora meno, mezza volta, fare bilanci non è semplice: il Pnrr doveva portare circa 0,9 punti percentuali di crescita in più all’anno, negli ultimi tre anni la crescita dell’Italia è stata intorno allo 0,7 per cento). Il grande rimosso – oltre a Ilva, il vero elefante nella stanza trasformato ieri in un fantasma da esorcizzare – è stato altro. E’ stato, per così dire, il futuro. E sono stati, se vogliamo, i tabù che l’Italia dovrebbe affrontare con forza prima di chiedere a qualcun altro, ovvero l’Europa, di risolvere problemi che passano prima di tutto dal nostro paese. Si è parlato molto di Cina, di regole falsate, e giustamente, ma non si è parlato di concorrenza: zero riferimenti Orsini, zero riferimenti Meloni. Si è parlato di salari, ne ha parlato in verità Orsini, Meloni ha misteriosamente scelto di dribblare il tema, ma la parola chiave che è mancata sul tema salari è produttività, e anche su questo Meloni ha glissato. Per una ragione semplice: se la produttività del paese continua a essere bassa, e dunque i salari continuano a essere bassi, e se poi la produttività bassa è quella che riguarda prima di tutto la Pubblica amministrazione, perché sulle grandi imprese l’Italia non è meno produttiva del resto d’Europa, la colpa è di chi governa l’Europa o di chi governa l’Italia? Si è parlato poco o nulla di digitale, di innovazione, di intelligenza artificiale e dunque di futuro. Il presidente Orsini ne ha parlato, spiegando come l’innovazione sia un motore produttivo, su AI, cloud, software, filiere, ricerca, declinando il tema all’interno delle problematiche legate all’energia: più si andrà avanti nell’utilizzo dell’AI e più sarà importante avere un’energia disponibile a basso costo. Il presidente Meloni, invece, ha scelto di non parlarne, di rimuovere il tema, e il risultato è stato questo.L’intelligenza artificiale è stata citata solo una volta, legandola alla formazione dei giovani. L’innovazione è stata citata da Meloni una sola volta in modo esplicito, e non come grande strategia industriale autonoma, ma dentro un ragionamento finanziario: come possibile destinazione del risparmio privato e degli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale, insieme a startup e infrastrutture. La concorrenza, anche qui, viene citata zero volte. Citata zero volte anche la produttività. Citato zero volte il tema dei brevetti. Zero volte affrontato il tema della crescita dimensionale delle aziende. Zero volte citati i data center. Zero volte citata la digitalizzazione. Zero volte citata anche la partita delle partite. Ovvero: come rendere l’Italia più attrattiva, non solo genericamente “per i giovani”, ma anche in una chiave diversa. Quella dell’attirare i talenti, i capitali globali, le Big Tech, la ricerca, i venture capital, gli innovatori. All’inizio di un’esperienza di governo, dire cosa gli altri non hanno fatto è semplice. A metà di un’esperienza di governo, dire cosa si vuole fare è lecito. Alla fine di un’esperienza di governo è fisiologico cercare di individuare qualcuno a causa del quale chi si trova al governo non riesce a raggiungere gli obiettivi sperati. Ovviamente, Meloni ha ragione quando ricorda che in questi anni il suo governo ha dovuto affrontare una serie di crisi mostruose, ieri la premier le ha chiamate “policrisi”, in parte generate dal vecchio amico Trump e in parte no, e il fatto che in una stagione ormai preelettorale il governo in cerca di voti non faccia promesse fuori dal mondo è un dato positivo (e anche chiedere all’Unione europea di fare qualche sconto sulle spese energetiche inserendo quelle spese nel calcolo delle spese per difesa e sicurezza per non pesare sul deficit può essere da spregiudicati ma non è da antieuropeisti).Ma accanto alle policrisi, che ci sono state e ci sono, al governo converrebbe iniziare a ragionare anche sulla presenza forse eccessiva di “polialibi” che allontanano il paese dagli obiettivi legittimi e necessari che si sono posti ieri Meloni e Orsini: un paese più forte, più efficiente, più industrializzato, con crescita più alta, con salari più dignitosi e con una burocrazia più all’altezza di questo nome. L’Europa, delle policrisi, può fare molto. Ma l’Italia, dei polialibi, forse, per se stessa, potrebbe fare ancora di più.
L'Italia dei polialibi. All’assemblea di Confindustria, contano le parole dette ma anche quelle non dette
Giorgia Meloni chiede all’Unione europea di fare di più, ma non ricorda cosa può fare di più l’Italia per se stessa. Segnali sui salari, innovazione zero e occasioni perse











