Ci sono ferite che non si vedono, ma restano. Spesso sepolte e poi capaci di rifarsi vive improvvisamente, in un momento ordinario, quotidiano. Altre, invece, sono come un rumore di fondo, con cui si patteggia una convivenza più o meno funzionale. E poi ci sono quelle che bruciano.
Un incidente, una violenza, una perdita improvvisa, una malattia, una separazione o un’esperienza vissuta come minacciosa possono lasciare tracce nel corpo, nelle emozioni, nel sonno, nelle relazioni e nel modo in cui guardiamo noi stessi e il mondo.
Negli ultimi anni l’EMDR, acronimo di ‘Eye Movement Desensitization and Reprocessing’, è diventato uno degli approcci psicoterapeutici più citati quando si parla di trauma. L’Organizzazione mondiale della sanità lo include fra gli interventi raccomandati per il disturbo da stress post-traumatico in adulti, bambini e adolescenti.
A spiegare che cos’è, quando può essere utile e perché va sempre inserito in un percorso psicoterapeutico serio e qualificato è Isabel Fernandez, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione EMDR Italia e tra le principali esperte italiane di psicotraumatologia.
Dottoressa Fernandez, partiamo dalle basi: che cos’è l’EMDR?













