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Ci sono ferite che non lasciano lividi visibili. Non compaiono nelle radiografie, non richiedono punti di sutura e spesso non vengono nemmeno riconosciute da chi osserva dall'esterno. Eppure esistono, condizionano la vita quotidiana e possono accompagnare una persona per anni. Lo stalking è una di queste ferite invisibili.
Quando si parla di atti persecutori si pensa spesso a una serie di episodi isolati, a telefonate insistenti, messaggi continui o appostamenti. In realtà lo stalking è molto di più. È un meccanismo che si insinua lentamente nella vita della vittima, alterandone le abitudini, minando il senso di sicurezza e creando una costante sensazione di vulnerabilità. Chi lo subisce non perde soltanto la serenità. Finisce per mettere in discussione la propria libertà.
Mariastella Giorlandino conosce bene il peso di questa esperienza. Nel ripercorrere il proprio passato, la presidente della Fondazione Artemisia racconta come il vero danno non sia rappresentato soltanto dai singoli episodi, ma dall'effetto che essi producono nel tempo. La paura diventa una presenza costante. Ogni telefonata può generare apprensione, ogni spostamento viene valutato con attenzione, ogni gesto quotidiano viene filtrato attraverso il timore che qualcosa possa accadere.






