La palla gli arriva dall’alto. La prende di petto. Prova a controllarla, ma c’è sempre quello, Serrizuela, che lo spinge da dietro. Etrusco se ne va vicino alla linea bianca, dove la polvere si alza in piccoli sbuffi. Lo raggiunge e dà le spalle al cartellone pubblicitario della Gillette, a ridosso di metà campo.Un uomo con la maglia a strisce bianche e azzurre gli entra nel fianco, un altro alza la gamba per farlo cadere. Nessun fischio: è la legge della serata.Schillaci barcolla, perde la palla e la riprende, si piega in avanti. Il fiato gli scivola fuori dal naso. Poi torna su e allarga le gambe. Vede a scatti, intuisce uno spazio prima che riesca a ragionare. La passa in mezzo, a De Napoli, poi abbassa la testa e parte.Succede tutto insieme. De Napoli lancia. Giannini tocca di tacco. Vialli accarezza. Ancora Giannini che corre, la prende, la alza. Arriva Vialli e tira senza pensarci. È un tiro preciso, al volo, potente. Goycochea la respinge. Etrusco rimbalza e torna nel cuore dell’area, nel centro del mondo. Schillaci è lì. Colpisce e poi niente, solo silenzio.Per un millesimo di secondo, ventotto milioni di italiani si domandano: possiamo permettercelo un gol così? L’istante in cui tutto accade segna il momento da cui non si torna più indietro. Schillaci è un condannato a cui hanno aperto la gabbia per sbaglio. Non cerca nessuno, non sente niente. Quando il fotografo scatta, il boato non ha ancora raggiunto le ciminiere di Bagnoli. Lui corre, apre la bocca; il collo è una corda sul punto di spezzarsi.Il corpo ha urlato prima che la mente capisse. Gli occhi non mettono a fuoco nulla. È travolto dal suono. Non sa dove andare, va e basta. Le mani lo afferrano, lo trascinano a terra. Abbracci, ginocchia, baci in testa. Sente un ronzio bianco, il suono che resta dopo una bomba.Lo scatto somiglia a certi dipinti di Francis Bacon: un’identità che perde i contorni. Gioia, paura, rabbia, stupore, smarrimento, orgoglio, voglia di non svegliarsi, incredulità: tutto in una volta, senza gerarchia. In primo piano, su quella foto, c’è un ragazzo di ventisei anni che stasera sembra averne cinquanta e che corre. In ogni passo che fa c’è un frammento di Italia che si muove con lui tra infanzia e desiderio, marciapiede e sogno.La sua espressione si incolla alla retina, è la bruciatura residua di un lampo. Dentro ci sono Palermo e Napoli che si guardano dallo stesso mare, il Sud che per una notte crede di avere un volto e il Nord che quel volto lo riconosce. Ci sono i bar pieni, le birre calde, le urla dei padri e le lacrime degli zii, i replay, le bandiere, gli abbracci dei vicini. E poi il sudore del Cep, la voglia di farcela, le geometrie bianconere di Torino perché Totò, da un anno, è un calciatore della Juventus. Il pubblico continua a festeggiare il gol.Schillaci non è più la favola del ragazzo che riempie i sacchetti di frutta per le signore al mercato del Capo, che ha fatto gol contro l’Austria in una notte sbagliata e magica, e che poi ne ha segnati altri tre a Cecoslovacchia, Uruguay e Irlanda. È l’uomo che sta portando l’Italia a un passo dalla finale come si portano le casse pesanti durante i traslochi, con le vene gonfie e le mani spaccate.Nel momento più importante della sua vita, gli resta addosso la periferia. Si trascina dietro le strade di Pasolini, le borgate di Elsa Morante, i vicoli cantati da Pino Daniele e De André, quelli fotografati da Letizia Battaglia.La maglia numero 19 è un richiamo continuo al peso di rappresentare chi non ha mai avuto voce, alle ferite che non smettono di fare male. Per alcuni, Schillaci è l’istinto che vince sulla disciplina. Per altri, è un fuoco fatuo. La verità è che non sta dentro nessuna categoria.Un altro gol, in semifinale. Oggi. A Napoli. Contro Maradona, che gioca nella sua Villa Fiorito flegrea. La leggenda nasce quando il racconto si inceppa e non trovi più le parole giuste. Dal diciassettesimo minuto di Italia-Argentina, Totò è entrato in quella frazione di tempo che finirà su tutti i giornali senza permesso.Il suo corpo è di proprietà pubblica. Replay, copertine dell’Almanacco del Calcio e degli album di figurine, poster incollati sulle pareti delle camerette con il nastro di scotch che si stacca col caldo. È gadget, videocassette, sigla di telegiornali.Schillaci arriva dalle case popolari di via Barba, dove l’asfalto si rompe e l’erba cresce fra i muretti a due passi dalle ville dei boss. Lui è tutto quello che Topolino e la IP non avevano considerato. Nella collezione di bomberini, le statuine smaltate, sorridenti, non c’è. In un tempo che educa all’ordine delle cose – il campione col numero giusto, la posizione giusta, la frase giusta – Totò è esploso dentro Italia 90. Una scheggia nel codice della perfezione.Quando ricompare, fa scattare una molla e succede quello che accade quando riascoltiamo un vinile: il suono è imperfetto, graffiato, eppure è più autentico, lontano dalla retorica dell’atleta modello.Non rassicura, non educa: non è la volée sospesa e perfetta di Marco Van Basten contro l’Unione Sovietica del 1988, non ha l’armonia delle pubblicità della pasta Barilla o del Cornetto Algida. È convulso, un po’ fuori asse.Eppure, ogni volta che pensiamo a lui, qualcosa si rimette in moto. Si riaccende una memoria che ci parla del tempo in cui credevamo di essere invincibili e siamo inciampati nelle nostre verità. Quel volto tiene insieme l’eroe che vorremmo essere e la parte di noi che preferiremmo non mostrare a nessuno. Totò Schillaci è uno specchio che non accarezza. Forse per questo, ancora oggi, continua a parlarci.
Totò Schillaci o di quando ci sentivamo re
La sua storia è quella di un Paese che credeva di essere invincibile ed è inciampato nelle sue verità. Un estratto dal volume "Non ero previsto" sull'eroe azzur








