«Chiariamo subito un punto: non siamo vicini a un accordo tra Stati Uniti e Iran. Casomai, a un memorandum d’intenti, che è cosa ben diversa». Raz Zimmt, direttore del dossier sull’Iran e l’Asse sciita dell’Istituto israeliano per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (Inss) non si aspetta un’intesa dettagliata o definitiva neanche nell’eventualità di una seconda fase dei negoziati. «Né Washington né Teheran – continua – sembrano oggi ben disposte o abbastanza pazienti per impegnarsi in una mediazione così delicata e complessa. Il processo resta fragile, reversibile, ancora aperto a ogni esito. Compreso il ritorno alle ostilità». Quando parla di una «partita ancora lunga» gli chiediamo se la metafora degli scacchi lo convince. Del resto, il nome del gioco ha origine nella parola persiana shah (re) e la mossa dello scacco matto deriva da shah mat: il re è indifeso, finito. «Purtroppo – risponde – sappiamo tutti chi sono i veri maestri degli scacchi matti: di solito, gli iraniani». Ritiene che l’Iran oggi sia più vicino o più lontano dalle soglie nucleari rispetto a prima della guerra? «È difficile rispondere. Non ci vuole molto perché Teheran raggiunga la soglia nucleare, se vuole. Fino alla guerra dei dodici giorni, nel 2025, il programma iraniano era certamente robusto dal punto di vista industriale. In meno di due settimane avrebbero potuto arricchire l’uranio al 90% e accumulare materiale sufficiente per la produzione di almeno 10 ordigni nucleari. E poi, grazie ai progressi compiuti negli armamenti, sarebbero bastati da tre a sei mesi per produrre la prima bomba. La maggior parte delle capacità industriali sono state distrutte, o quantomeno degradate, nel 2025. Durante questa guerra non sono stati compiuti passi concreti sul dossier nucleare. C’erano alcuni piani operativi ma sono rimasti sulla carta. Il problema è che l’Iran possiede ancora, come sappiamo, 440 kg di uranio arricchito al 60%, circa 180 kg di uranio arricchito al 20% e diverse centinaia, se non migliaia, di centrifughe avanzate. Quindi la possibilità rimane più o meno la stessa. Se decidesse di intraprendere questa strada, probabilmente ci riuscirebbe in un lasso di tempo compreso tra i sei e i nove mesi». Non possiamo certo parlare di risultati irreversibili, giusto? «Almeno per ora, no. A meno che questa guerra non si concluda con una sorta di accordo che affronti gli elementi principali: il materiale fissile, l’arricchimento (inclusa la grande quantità di uranio arricchito a basso livello), le centrifughe avanzate, le strutture sotterranee (sia quelle note sia quelle segrete) e le ispezioni. Se tutte queste questioni non verranno affrontate per via diplomatica, allora sì, ci troveremo ancora in una situazione molto critica per quanto riguarda la questione nucleare». In queste ore di incertezza sul memorandum, direbbe che la guerra è stata un errore? «È prematuro giudicare. Del nucleare, abbiamo già detto. È vero che il cambio di regime non è stato raggiunto. Però la produzione dei missili balistici, anche se non si è fermata, è molto rallentata: dai sei mesi di prima a due/tre anni, per recuperare. Se questa guerra finirà senza una soluzione né militare né politica, allora non potrà certamente essere presentata come un successo». Pensando a un accordo, c’è differenza tra ciò che servirebbe agli interessi di Israele e ciò a cui aspira politicamente il primo ministro Benjamin Netanyahu? «Due cose sono molto chiare: primo, Israele si opporrà a qualsiasi tipo di accordo tra Usa e Iran, soprattutto se Teheran ne trarrà benefici economici e se il programma nucleare non verrà completamente smantellato – cosa che ovviamente non accadrà; secondo, Netanyahu può cercare di convincere Trump a imporre determinate condizioni all’Iran ma alla fine, una volta che Israele si è impegnato in una campagna militare congiunta con l’America, qualsiasi decisione – se e come porre fine alla guerra – spetta al presidente Usa». L’Iran sembra convinto che gli Stati Uniti abbiano più bisogno di un accordo rispetto a Teheran. È una percezione corretta o un errore di valutazione strategica? «È certamente l’impressione che hanno. E potrebbero avere ragione. A Teheran credono di poter reggere più a lungo dell’Occidente il costo della crisi, i regimi autoritari sono più preparati a sopportare pressioni economiche prolungate. Sappiamo bene che è molto più difficile convincere il cittadino americano medio o il passeggero europeo ad abituarsi alle implicazioni globali della chiusura di Hormuz, rispetto agli iraniani. Ma l’economia iraniana soffre certamente molto di più». Trump ha giocato la carta della normalizzazione Israele-Golfo per fare pressione sull’accordo. Buona intuizione o una sparata delle sue? «È irrealistico. È il segno della sua frustrazione per la mancanza di risultati concreti. Cerca un successo regionale ma la decisione non dipende da Washington. Solo gli Emirati hanno rafforzato i rapporti con Israele, mentre l’Arabia Saudita oggi è molto più fredda e lega ogni apertura alla questione palestinese. Finché questo governo sarà al potere a Gerusalemme, non se ne parla. E non sono nemmeno sicuro che cambierà, dopo le elezioni».
Raz Zimmt: “Questa è come una partita a scacchi Purtroppo i Pasdaran sono maestri”
L’analista israeliano: il regime crede di poter reggere lo stop allo Stretto meglio dell’Occidente















