È prematuro esercitarsi a fare bilanci sulla fine della guerra, chi l’ha vinta e chi l’ha persa. Soprattutto finché non sappiamo se la guerra è davvero finita… In Medio Oriente come altrove nel mondo, di regola le guerre sono velocissime a scoppiare, lente a concludersi.
Gli ultimi sviluppi fra America e Iran hanno confermato una verità che ha spesso accompagnato i conflitti mediorientali: la diplomazia e l’escalation militare avanzano insieme, spesso nello stesso giorno, talvolta nella stessa ora. A Doha sono arrivati i negoziatori iraniani guidati dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. A Washington Donald Trump continua a parlare di “grande accordo”. Contemporaneamente nel Golfo Persico gli scontri armati proseguono.
L’episodio più grave è avvenuto nello Stretto di Hormuz, due imbarcazioni dei Guardiani della rivoluzione iraniani sono state affondate dagli americani mentre cercavano di posare mine navali. Teheran ha reagito lanciando missili terra-aria contro arei statunitensi; gli Usa hanno risposto bombardando batterie missilistiche vicino a Bandar Abbas. Formalmente il Comando centrale americano parla ancora di “azioni difensive” e di “contenimento”. Ma la tregua di cui Trump parla sui social appare fragile. (Inoltre sulla definizione di operazioni difensive può pesare un vincolo di tipo legale: non avendo il Congresso autorizzato la guerra, le azioni di difesa sono quelle con cui più facilmente la Casa Bianca aggira il problema del mandato parlamentare). Sul tavolo negoziale si sta delineando una formula provvisoria. L’Iran dovrebbe riaprire Hormuz, rinunciare almeno in parte alle sue scorte di uranio arricchito e accettare una negoziazione successiva sul futuro del programma nucleare. In cambio Washington alleggerirebbe il blocco navale imposto ai porti iraniani e aprirebbe la strada a un allentamento delle sanzioni. Marco Rubio ha descritto questo schema come una prima intesa limitata, pensata soprattutto per riaprire il traffico marittimo e congelare il conflitto. Restano enormi zone d’ombra. Nessuno sa davvero cosa accadrà alle migliaia di missili accumulati dall’Iran. Nessuno sa se Tehran accetterà verifiche intrusive sul nucleare. Nessuno sa se Israele considererà sufficiente un accordo che lasci in piedi il regime degli ayatollah e parte delle sue capacità militari. La guerra si è ormai saldata a quella parallela contro Hezbollah in Libano: Israele minaccia di intensificare le operazioni contro la milizia sciita, mentre Tehran insiste che i due dossier debbano essere trattati insieme. Trump oscilla fra esigenze contraddittorie. Vuole uscire da una guerra diventata impopolare negli Stati Uniti, aggravata dall’aumento dei prezzi energetici e dai timori di recessione globale. D’altro lato teme le accuse della destra repubblicana più interventista, convinta che un compromesso con Tehran equivalga a salvare un regime indebolito ma ancora pericoloso. Ted Cruz, Lindsey Graham, Roger Wicker, Mike Pompeo e John Bolton hanno attaccato l’ipotesi di accordo, denunciandola come una replica mascherata dell’intesa nucleare di Barack Obama (2015). In risposta a queste critiche Trump ha rilanciato una visione molto più ambiziosa: trasformare il cessate il fuoco con l’Iran in una rifondazione geopolitica del Medio Oriente. Ha chiesto ad Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Giordania, Pakistan e Turchia di aderire agli Accordi di Abramo e normalizzare i rapporti con Israele. Gli Accordi di Abramo firmati nel 2020 durante il primo mandato di Trump videro la normalizzazione dei rapporti fra quattro nazioni islamiche (Emirati, Bahrain, Marocco, Sudan) e Israele. È una richiesta che appare largamente irrealistica. L’Arabia saudita continua a subordinare ogni apertura a Israele alla promessa di consentire in futuro la nascita di uno Stato palestinese. Il Qatar ribadisce che senza progressi sulla questione palestinese non esiste spazio politico per una normalizzazione. Walter Russell Mead, storico americano e uno dei più influenti strateghi conservatori di politica estera, invita a diffidare della retorica trionfale di entrambe le parti. Né Trump né la leadership iraniana, osserva, hanno interesse a dire la verità in questa fase. Tutti vogliono diffondere l’impressione che la pace sia vicina, perché i mercati finanziari reagiscono bene, il petrolio scende, le opinioni pubbliche si tranquillizzano. Ma dietro questa propaganda restano divergenze enormi. Secondo Mead, la realtà fondamentale è che Washington e Teheran sono entrambe stanche della guerra ma non possono permettersi di apparire deboli. Trump teme di alienarsi definitivamente una parte del suo elettorato conservatore se accetterà un accordo troppo morbido. Gli ayatollah e i Guardiani della rivoluzione islamica vogliono presentare qualsiasi tregua come una vittoria contro America e Israele, per rafforzare la legittimità interna di un regime in difficoltà economica e politica. L’analisi di Mead introduce poi un elemento poco discusso nei media occidentali ma cruciale per capire la posizione saudita: l’acqua. L’Iran ha dimostrato di poter colpire infrastrutture vitali dei paesi del Golfo, non solo raffinerie e oleodotti ma anche gli impianti di desalinizzazione da cui dipende l’approvvigionamento idrico di città come Riad. In Arabia Saudita gran parte dell’acqua potabile arriva infatti dal Golfo attraverso giganteschi impianti industriali. Se venissero distrutti o messi fuori uso, intere aree urbane diventerebbero invivibili nel giro di pochi giorni. Questo potrebbe spiegare perché il principe saudita Mohammed bin Salman, inizialmente favorevole a una resa dei conti definitiva con Teheran, oggi spinga invece verso una de-escalation. La monarchia saudita teme un attacco diretto alla sopravvivenza materiale delle sue città. Mead ipotizza che questa paura possa incrinare il fronte anti-iraniano costruito da Washington e Israele. Gli Stati del Golfo non vogliono un Iran nucleare, ma temono anche una guerra infinita che li esponga a devastazioni economiche e civili. Da qui la pressione crescente su Trump affinché trovi un compromesso. Mead suggerisce che il nodo vero non sia nemmeno il nucleare. Il problema strategico centrale è il futuro equilibrio di potenza nel Golfo Persico. Se gli Stati Uniti non intendono accettare un’egemonia iraniana sulla regione, dovranno garantire una protezione credibile ai loro alleati arabi. E questo potrebbe significare una presenza militare americana permanente ancora più massiccia, o addirittura una sorta di ombrello nucleare esteso ai paesi del Golfo. La guerra che Trump sperava di chiudere rapidamente rischia di trasformarsi nell’inizio di un nuovo sistema di sicurezza mediorientale dominato dalla paura reciproca. Teheran ha dimostrato che può minacciare il commercio mondiale bloccando Hormuz. Ma ha anche mostrato di poter colpire infrastrutture civili essenziali dei suoi vicini arabi. Gli Stati Uniti hanno dimostrato superiorità militare schiacciante. Però non sono riusciti a imporre una resa politica totale. Il risultato è un equilibrio precario. Nessuna delle parti vuole davvero continuare la guerra. Nessuna delle parti può dichiararsi sconfitta. E nessuna delle questioni decisive — nucleare, missili, Hezbollah, sicurezza del Golfo, relazioni Israele-Arabia Saudita — è stata veramente risolta. Per questo Mead invita a guardare oltre la nebbia della propaganda quotidiana. Gli annunci di “pace imminente” potrebbero essere soprattutto strumenti tattici: servono a calmare i mercati, rassicurare le opinioni pubbliche, guadagnare tempo. Cause e struttura profonda del conflitto restano intatte. L’Iran continua a usare la propria capacità di destabilizzazione regionale come leva negoziale. Gli Stati Uniti cercano una via d’uscita che non appaia come un’umiliazione. Israele teme che qualsiasi tregua lasci sopravvivere un nemico deciso a riarmarsi. Così, dietro il linguaggio dei negoziati, resta una realtà più cupa. Il Medio Oriente sta entrando in una nuova fase storica in cui petrolio, acqua, missili, commercio marittimo e deterrenza nucleare diventano parti di un’unica partita strategica. Ed è possibile che la tregua di oggi non sia la fine della guerra, ma soltanto un intervallo prima della prossima crisi.
















