La guerra in Iran non è finita. I bilanci che erano stati fatti sulla base del memorandum d’intesa erano costruiti su un castello di sabbia. La ripresa dei combattimenti, e delle sanzioni americane, ci riporta in una situazione molto più fluida e instabile. C’era da stupirsi?Alcuni esperti di geopolitica, e almeno uno storico serio come Nial Ferguson, avevano subito espresso scetticismo sull’uso di parole come «pace», o perfino «tregua». Chi ha memoria storica ricorda, per esempio, che la fine della guerra del Vietnam fu un film al rallentatore, i negoziati si trascinarono per anni. In generale, le guerre possono scoppiare all’improvviso, ma raramente finiscono di colpo. (È un monito che servirà, in futuro, se e quando cominceranno i negoziati sull’Ucraina).In questo frangente in cui le armi hanno ripreso il sopravvento nel Golfo, e anche le sanzioni Usa contro il petrolio iraniano, vi sottopongo un’analisi fuori dal coro. È un esperto che arriva alla conclusione opposta rispetto alla maggioranza che aveva decretato una sconfitta americana: secondo lui l'Iran non ha vinto questo conflitto perché il bilancio va fatto sull'intero ciclo strategico iniziato con il 7 ottobre 2023, non soltanto sull'ultimo cessate il fuoco (ormai violato).Fra i molti commenti che hanno accompagnato il memorandum d'intesa fra Stati Uniti e Iran, oggi scelgo quello pubblicato da James F. Jeffrey sulla rivista di geopolitica Foreign Affairs. Jeffrey non è un osservatore qualsiasi. Diplomatico di carriera, ha servito sette presidenti americani, democratici e repubblicani, ed è stato inviato speciale per la Siria durante la prima amministrazione Trump. A differenza di molti commentatori che vedono un fallimento americano, Jeffrey sostiene la tesi opposta: se si allarga lo sguardo oltre gli ultimi tre mesi di combattimenti, è la Repubblica islamica ad aver subito il peggior arretramento strategico degli ultimi vent'anni.Il primo errore, secondo Jeffrey, consiste nel giudicare questa guerra come un episodio isolato. L'offensiva americana e israeliana iniziata il 28 febbraio non nasce dal nulla. È l'ultimo capitolo di una guerra regionale aperta dall'attacco di Hamas contro Israele nell'ottobre 2023. Da allora si sono succeduti la campagna di Gaza, il confronto con Hezbollah, gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso, la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria, gli scontri diretti fra Iran e Israele e infine l'intervento americano. Solo osservando l'intera sequenza, sostiene Jeffrey, si può capire chi abbia realmente guadagnato terreno.APPROFONDISCI CON IL PODCASTSe il conflitto viene misurato su questa scala più ampia, il quadro cambia. L'asse costruito da Teheran in oltre vent'anni appare profondamente indebolito. Hamas è ridimensionato. Hezbollah, per decenni il principale strumento di deterrenza iraniano contro Israele, ha subito una sconfitta che ne riduce le capacità operative. In Siria è scomparso Assad, il più importante alleato arabo della Repubblica islamica. In Iraq le forze politiche più vicine all'Iran hanno perso terreno e molte milizie sciite stanno cercando un'integrazione più stretta nelle istituzioni statali. Perfino gli Houthi, pur continuando a rappresentare un problema, non hanno più la capacità di alterare gli equilibri regionali. La rete di alleanze costruita da Teheran si è sgretolata.Jeffrey invita anche a guardare oltre il Medio Oriente. L'Iran ha scoperto che i suoi grandi partner strategici sono meno affidabili di quanto sperasse. Né la Cina né la Russia hanno offerto un sostegno decisivo durante la crisi. Pechino ha continuato a privilegiare la stabilità dei mercati energetici. Mosca, impegnata nella guerra in Ucraina, non aveva né interesse né risorse per aprire un secondo confronto diretto con gli Stati Uniti. Per Teheran è stata una lezione amara: gli alleati autoritari sono utili finché i loro interessi coincidono, ma non sono disposti a correre rischi esistenziali per difendere la Repubblica islamica.Jeffrey non sostiene che la guerra sia stata gestita in modo impeccabile. Anzi, individua due errori fondamentali dell'amministrazione Trump. Il primo è avere coltivato un obiettivo troppo ambizioso: una vittoria totale, quasi una replica del successo ottenuto contro il regime venezuelano, senza considerare la natura molto diversa del sistema iraniano. Il secondo è avere sottovalutato le contromisure prevedibili di Teheran, in particolare la chiusura dello stretto di Hormuz. Washington disponeva da decenni di studi e piani militari su questa eventualità, ma non aveva preparato una risposta adeguata.Questi errori, però, non modificano il suo giudizio finale. Una campagna militare può essere imperfetta e tuttavia produrre un risultato strategico favorevole. Jeffrey ricorre a una distinzione classica: il fatto che non sia stato raggiunto il massimo degli obiettivi non significa che il bilancio sia negativo. La prova più evidente, secondo lui, riguarda le capacità militari iraniane. La guerra ha devastato la rete di difesa aerea, distrutto depositi di missili balistici e droni, compromesso gran parte dell'apparato industriale collegato alla difesa e al programma nucleare. Il Pentagono calcola di avere colpito oltre millecinquecento obiettivi della difesa antiaerea e più di milleduecento depositi di missili e droni. Le stime iraniane parlano di danni economici per circa 270 miliardi di dollari. Anche se queste cifre sono approssimative, descrivono una distruzione che richiederà anni per essere ricostruita.C'è poi il tema che ha alimentato gran parte del dibattito internazionale: Hormuz. Molti osservatori hanno interpretato la chiusura dello stretto come la prova della capacità iraniana di mettere in ginocchio l'economia mondiale. Jeffrey invita a distinguere tra impatto immediato e conseguenze di lungo periodo. Nessuno nega che il blocco abbia provocato forti tensioni sui mercati energetici. Tuttavia gli effetti sono stati molto meno devastanti rispetto allo shock petrolifero del 1973. I prezzi dell'energia sono aumentati, ma non hanno conosciuto l'esplosione di allora. Nel frattempo Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati hanno trovato rapidamente vie alternative. La produzione americana è aumentata fino a livelli record. Riad ha intensificato l'utilizzo dell'oleodotto che aggira Hormuz. Gli Emirati stanno accelerando nuovi collegamenti terrestri verso il Golfo di Oman. La principale arma economica iraniana perderà efficacia perché il suo utilizzo spinge il resto del mondo a ridurre la dipendenza da quella rotta marittima.Lo stesso ragionamento vale per il petrolio iraniano. Teheran è riuscita temporaneamente ad attenuare gli effetti del blocco grazie alle consistenti quantità di greggio già accumulate in mare. Ma sul lungo periodo dispone di molte meno alternative logistiche rispetto ai suoi rivali del Golfo. Se il confronto dovesse ripetersi, sarebbe l'Iran ad avere margini sempre più ridotti.Il cuore dell'argomentazione riguarda il dossier nucleare. Per Jeffrey il memorandum d'intesa non rappresenta il punto di arrivo bensì l'inizio di una nuova fase negoziale. È vero che, sulla carta, Teheran si è impegnata soltanto ad aprire discussioni sul proprio programma atomico e a diluire parte delle scorte di uranio arricchito al 60 per cento. Ma questo non significa che Washington sia priva di strumenti. Al contrario, gli Stati Uniti arrivano ai negoziati con due forme di pressione che nel 2015 non possedevano: sanzioni economiche molto più pesanti e una credibile minaccia militare, resa evidente dalla distruzione di una parte consistente delle infrastrutture nucleari iraniane. Questi elementi, sostiene Jeffrey, rafforzano la posizione negoziale americana.Lui rivaluta la scelta di Trump di uscire dal JCPOA, l'accordo nucleare firmato nel 2015 da Barack Obama. Molti critici sostengono che, restando in quell'intesa, si sarebbe evitata l'attuale crisi. Jeffrey risponde che il JCPOA prevedeva limiti destinati a scadere proprio in questi anni. Col passare del tempo l'Iran avrebbe recuperato ampie possibilità di arricchimento dell'uranio. Da questo punto di vista, conclude, gli Stati Uniti oggi si trovano in una posizione più favorevole di quella che avrebbero avuto se l'accordo del 2015 fosse rimasto in vigore fino alla sua naturale scadenza.L'autore affronta anche un'altra critica rivolta alla Casa Bianca: il deterioramento dei rapporti con gli alleati. È vero che durante il conflitto sono emerse profonde divergenze. Alcuni Paesi del Golfo hanno limitato l'utilizzo delle proprie basi da parte degli americani. Gli europei hanno protestato per essere stati tenuti ai margini delle decisioni. Washington ha criticato Israele sulla gestione del fronte libanese.Jeffrey, tuttavia, ritiene che queste tensioni non cambino il quadro strategico. Israele non dispone di un altro grande protettore internazionale. Le monarchie del Golfo possono diversificare alcuni rapporti militari con Turchia o Pakistan, ma nessuno è in grado di sostituire gli Stati Uniti come garante della sicurezza regionale. L'Europa, pur irritata, continua ad avere interessi convergenti con Washington. Le frizioni esistono, ma non modificano l'architettura fondamentale delle alleanze occidentali e mediorientali.Jeffrey aggiunge un dettaglio simbolicamente importante: il vertice del G7 di metà giugno ha mostrato che, nonostante le polemiche sulla guerra, la cooperazione fra gli alleati rimane sostanzialmente intatta. Trump ha incontrato i principali leader arabi, ha ritrovato un'intesa con gli europei su vari dossier e ha confermato che il sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti continua a funzionare.Il diplomatico americano propone una conclusione più prudente rispetto ai falchi che avevano auspicato un cambio di regime a Teheran. L'obiettivo realistico non è abbattere la Repubblica islamica. Sarebbe un'ambizione eccessiva, come hanno dimostrato molte esperienze americane del passato, dalla Corea all'Iraq. Il vero obiettivo deve essere il contenimento: impedire all'Iran di ricostruire la propria capacità nucleare e mantenere il paese più debole di quanto fosse all'inizio del ciclo di guerre aperto nel 2023. L'operazione militare non è stata la vittoria totale immaginata da alcuni suoi sostenitori. Ma non è neppure la sconfitta strategica descritta da molti critici. Se Washington riuscirà a mantenere aperto Hormuz, consolidare le perdite inflitte all'apparato militare iraniano e ottenere limiti duraturi al programma nucleare, allora questa guerra potrà essere ricordata come l'ultimo capitolo di una lunga strategia di contenimento culminata con un Medio Oriente nel quale la Repubblica islamica, pur sopravvissuta, risulta meno influente, meno armata e meno capace di intimidire i propri vicini di quanto fosse tre anni fa.