VENEZIA - Non è solo dispiacere. È dolore. Come ventun anni fa quando la sinistra veneziana si divise e al ballottaggio Massimo Cacciari con i voti della destra umiliò Felice Casson, i Ds, i Verdi, i rossi di Rifondazione e mandò tutti quanti all'opposizione. Quella volta nella sede dei futuri dem tirava aria da lutto. Lo stesso ieri pomeriggio al Leonardo di via Ca' Marcello, l'albergo di Mestre che lo staff di Andrea Martella aveva preso come sede per aspettare i risultati dello spoglio, un salone che nelle intenzioni dei più doveva vedere lo stappo delle bottiglie, addirittura vittoria al primo turno come avevano lasciato sperare anche gli ultimi sondaggi.§ E invece, a urne appena chiuse, l'exit poll della Rai è una sciabolata: Simone Venturini primo con una forbice tra il 47 e il 51%, Andrea Martella tra il 40 e il 44%. Finirà anche peggio, come mostreranno i dati ufficiali.
Quando alle 19.20 il candidato sindaco "per" Venezia, come Martella amava presentarsi, arriva nell'albergone, l'atmosfera è da funerale. Non è solo il dolore della sconfitta. È l'incredulità di aver perso, di non essere riusciti a battere il centrodestra dopo undici anni di amministrazione giudicata «fallimentare» di Luigi Brugnaro. «Ha pesato un sistema di rapporti politici e di gestione della città che nelle elezioni amministrative conta molto», scandisce Martella. Di più il senatore e segretario regionale del Partito Democratico veneto non dice, anche quando gli viene chiesto se intende centri di potere o scambi di voti. «Un sistema di governo che prosegue per undici anni e che è stato messo in campo anche in questo periodo con un lavoro quotidiano, pesa e ha pesato anche in queste elezioni».L'attesa Pochi minuti dopo le 15 al Leonardo ci sono più giornalisti che attivisti del centrosinistra. Ma, annusata l'aria, gli inviati delle testate nazionali lasciano ben presto via Ca' Marcello per dirigersi dai "gialli" in centro a Mestre: «Andiamo da Venturini, lì stanno già festeggiando». «È incredibile, è successo qualcosa che a noi è sfuggito», dice la veterana Anna Maria Miraglia. Nicola Pellicani, che del Pd era capolista, mette le mani avanti: «Aspettiamo di avere un po' più di dati». Ma ammette: «Non ce l'aspettavamo, la tendenza mi pare chiara». L'unico ottimista è il consigliere regionale dem Jonatan Montanariello che mette a disposizione il proprio computer per proiettare sul maxi schermo le videate dello spoglio che arrivano da Ca' Farsetti. «Dai, vedrete che Venturini calerà e andremo al ballottaggio». Lo scrittore Fabio Amadi scuote la testa: «La città è cambiata, siamo entrati definitivamente nel Veneto». Già, Venezia "la rossa" che alle Regionali dello scorso novembre aveva visto trionfare Giovanni Manildo sul leghista Alberto Stefani. Venezia che lo scorso marzo al referendum costituzionale sulla giustizia aveva visto trionfare il No con oltre il 55%. Venezia che premia Martella, sì, ma solo in centro storico, non al Lido e nelle altre isole e, soprattutto, non in terraferma, dove si decidono le sorti di tutti i sindaci. Quella terraferma dove ha tenuto banco il progetto della nuova, grande moschea e ancor di più la candidatura nelle liste del Pd di esponenti della comunità del Bangladesh. Quanto hanno influito sul voto - o sul non voto dei veneziani e dei mestrini - i volantini elettorali che inneggiavano ad Allah? Ugo Bergamo, sindaco di Venezia dal 1990 al 1993, ex Udc ora nella coalizione del centrosinistra, dice che l'affluenza bassa (55,9%) «è un non voto al sistema di governo di Brugnaro» e che la candidatura dei bengalesi «doveva essere gestita meglio». Ma lo diceva prima delle 15, prima dello spoglio. I risultati dello scrutinio diranno che la bassa affluenza ha penalizzato soprattutto il centrosinistra e che i candidati bengalesi non hanno preso poi tutti questi voti (297 preferenze per Rhitu Miah, dodicesima, e 239 per Kamrul Syed, quattordicesimo). E, allora, in cosa ha sbagliato il centrosinistra, il "campo larghissimo" che da Venezia doveva essere il viatico per palazzo Chigi, quella coalizione chiamata "Stagione Buona" che ha fatto arrivare in città tutti i leader nazionali, da Elly Schlein a Giuseppe Conte?L'amarezza «Abbiamo pensato che la città fosse pronta a un cambiamento dopo 11 anni, evidentemente non è stato così», dice Martella ai giornalisti quando, poco dopo le 20, entra in sala rendendo subito omaggio al nuovo sindaco: «Ho chiamato Simone Venturini, che purtroppo non mi ha risposto perché probabilmente era impegnato in altro, per congratularmi». I suoi sono muti, ma l'applauso è fragoroso quando dice che resterà in consiglio comunale e continuerà la battaglia: «Non si interrompe qui il nostro lavoro per Venezia». E, no, col senno di poi non cambierebbe nulla della campagna elettorale, anche se le polemiche sui candidati bengalesi forse hanno influito: «C'è stata una campagna poco rispettosa di un processo di integrazione al quale noi abbiamo creduto e che è necessario», una polemica usata strumentalmente dal centrodestra «al di là del merito della questione». Ma intanto il sindaco è Venturini. E nessuno, nel quartiere generale di Martella, riesce a spiegare perché.










