Il dibattito sulla conversione del decreto Primo maggio alla Camera rivela tutti i difetti della politica nazionale. Siamo passati in poche settimane da una narrazione autocelebrativa, secondo cui l’Italia avrebbe la contrattazione collettiva migliore del mondo, a una tentazione opposta: fare tutto per legge, imponendo soglie, recuperi automatici e retroattivi e una specie di piccola scala mobile amministrata dal Parlamento. E’ il segno più chiaro che il sistema non funziona. Il decreto introduce il cosiddetto “salario giusto”, cioè il trattamento economico complessivo previsto dai contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, usato come parametro per l’accesso agli incentivi. Inoltre, per i contratti rinnovati con oltre un anno di ritardo, prevede un adeguamento pari al 30 per cento dell’Ipca. Ora la Lega, con Durigon, propone di tornare avanti: aumentare l’anticipo e soprattutto rendere retroattivi gli aumenti. Prima si inventa un “salario giusto” che senza una legge sulla rappresentanza rischia di non funzionare; poi, accorgendosi che non funziona, si prova a correggerlo imponendo per legge ciò che la contrattazione avrebbe dovuto fare da sola.E’ un sistema ridicolo, ma ha il merito di mettere in evidenza due assurdità del dibattito. La prima riguarda il salario minimo. In Italia se ne discute come se, una volta introdotto, dovesse diventare il salario della maggioranza degli occupati. Ma non è così. In quasi tutti i paesi il salario minimo è un pavimento per una parte limitata del mercato del lavoro: lavoro povero, servizi a bassa produttività, settori dove la contrattazione non arriva. E’ una garanzia di ultima istanza, non il nuovo contratto nazionale di tutti. Per questo la domanda seria non è se il salario minimo debba sostituire i contratti, ma quale soglia minima impedisca il dumping senza schiacciare la scala salariale.La seconda assurdità è l’opposta: l’idea che la contrattazione collettiva sia già in grado di fare tutto. E’ una favola che si scontrerà contro un muro appena tornerà l’inflazione. Il “salario giusto” può anche essere una bella formula, ma rischia di avere pochi effetti pratici se non si chiarisce chi rappresenta chi. Nel 2022-23 l’inflazione ha tagliato il potere d’acquisto, molti contratti sono rimasti scaduti, i rinnovi sono arrivati quando i prezzi erano già saliti e la perdita non è stata recuperata. Se il sistema resta questo, alla prossima fiammata inflazionistica ci sarà un nuovo calo dei salari reali. Da qui nasce il tentativo maldestro di sostituire la contrattazione con la legge. Ma è una scorciatoia improponibile. Ancora più maldestro è il modo in cui nel dibattito italiano si prendono gli altri paesi: la Francia come spauracchio, la Spagna come paradiso. Ogni sistema ha la sua storia, i suoi equilibri e i suoi difetti. Non è importare un modello, ma correggere quello italiano.Sulla Francia, per esempio, è appena uscito il rapporto degli esperti sullo Smic (Salaire minimum interprofessionnel de croissance) e subito è partita la polemica: “Ecco, con il salario minimo finiscono tutti al salario minimo”. E’ una caricatura. Il caso francese mostra certamente i rischi di un salario minimo alto, indicizzato e accompagnato da forti sgravi contributivi concentrati sui bassi salari. Il risultato può essere una compressione della scala salariale: chi stava poco sopra lo Smic viene riassorbito quando il minimo sale, e le imprese hanno un incentivo a tenere i lavoratori vicino alla soglia perché lì il costo contributivo è più basso. La Francia ha questi problemi, però ha protetto molto meglio dell’Italia il potere d’acquisto dei lavoratori a bassa paga. Non è poco. Noi invece abbiamo avuto il peggio dei due mondi: niente salario minimo legale, contratti spesso in ritardo, clausole di salvaguardia deboli o assenti, e salari reali in caduta.Lo stesso vale per la Spagna, assunta da una parte dell’opposizione come modello universale. Anche qui la realtà è più interessante della propaganda. In Spagna i salari contrattuali hanno retto meglio perché la contrattazione collettiva nazionale si è storicamente evoluta con clausole di garanzia salariale più diffuse, capaci di correggere almeno in parte gli scostamenti dell’inflazione. In Spagna la confederazione sindacale e quella datoriale firmano ogni tre anni un accordo quadro per l’impiego e la negoziazione collettiva (Aenc) che non crea una norma di per sé, ma vincola, obbliga e impegna le parti firmatarie a svilupparne il contenuto in tutti i contratti collettivi negoziati. Ad esempio, per il triennio 2023-2025 era previsto un aumento salariale del 4 per cento per il 2023. Alla fine del 2023, se l’indice dei prezzi al consumo (Ipc) su base annua per dicembre 2023 superava il 4 per cento, doveva essere applicato un ulteriore aumento massimo dell’1 per cento, con decorrenza dal 1° gennaio 2024. E così via per gli anni seguenti. Ciò ha permesso di fatto il pieno recupero dell’inflazione accumulata dal 2019, anche se le organizzazioni datoriali non avrebbero voluto riconoscere clausole di adeguamento all’inflazione che erano particolarmente elevate.
Le opposte assurdità che inquinano il dibattito sui salari
Il caso francese mostra i rischi di un minimo alto e indicizzato, ma anche la capacità di proteggere i lavoratori a bassa paga. La Spagna dimostra l’utilità delle clausole di garanzia salariale. L’Italia, invece, rischia di tenersi il peggio dei due mondi






